<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Psicoinsieme</title>
	<atom:link href="http://www.psicoinsieme.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.psicoinsieme.it</link>
	<description>CAMBIA I TUOI PENSIERI E CAMBIERAI IL TUO MONDO</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Jun 2022 10:18:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.2</generator>
		<item>
		<title>Timidezza e ansia (fobia) sociale: paura di essere se stessi</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/timidezza-ansia-sociale-psicologo-bologna/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/timidezza-ansia-sociale-psicologo-bologna/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 19:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di Psicologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=289</guid>
		<description><![CDATA[C’è differenza tra timidezza e ansia sociale?   La domanda si pone in quanto sia la timidezza che l’ansia sociale sono caratterizzate da elementi comuni, come l’irrompere di vistose manifestazioni psicofisiche (tachicardia, rossore, tremori,…) in particolari situazioni sociali, entrambe sono caratterizzate dal paura ad esporsi,  timore di un giudizio negativo,  tendenza ad isolarsi. Si può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-290" title="images (3)" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2013/06/images-3.jpg" alt="" width="260" height="194" />C’è differenza tra timidezza e ansia sociale?</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">La domanda si pone in quanto sia la timidezza che l’ansia sociale sono caratterizzate da elementi comuni, come l’irrompere di vistose manifestazioni psicofisiche (tachicardia, rossore, tremori,…) in particolari situazioni sociali, entrambe sono caratterizzate dal paura ad esporsi,  timore di un giudizio negativo,  tendenza ad isolarsi.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Si può parlare, dunque, di un <strong>turbamento emotivo</strong> comune ai due stati che nel caso della timidezza  si manifesta, occasionalmente, come imbarazzo in situazioni sociali in cui si teme il giudizio, mentre nell’ansia sociale  si trasforma in uno stato ansioso molto pervasivo che<strong>prende il sopravvento</strong> sulla persona, interferendo massicciamente sulle relazioni sociali, tanto da provocare difficoltà significative in ambito relazionale sia lavorativo che affettivo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Quindi non necessariamente un timido si trasforma in una persona affetta da ansia sociale.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">L’ansia o fobia sociale viene collocata, clinicamente, tra i disturbi d’ansia e definita come “ paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazioni nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante”… “l’evitamento, l’ansia anticipatoria o il disagio interferiscono significativamente con le abitudini normali della persona, con il funzionamento lavorativo, con le attività o le relazioni sociali”.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Chi ne soffre è consapevole che sua <strong>paura è esagerata e irrazionale</strong> eppure cerca di evitare le situazioni temute, nel timore di non essere in grado controllare le proprie reazioni.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Il suo pensiero è occupato dalla preoccupazione di quello che gli altri possono pensare di lui, dalla convinzione di non essere in grado di affrontare la situazione temuta, in quanto già vissuta come ansiogena. Situazioni temute possono essere: parlare in pubblico, mangiare di fronte ad altri, scrivere sotto lo sguardo di altri, incontrare persone nuove, manifestare il proprio pensiero, affrontare un colloquio di lavoro, incontrare persone autorevoli, avvicinare persone del sesso opposto.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Di fronte alla situazione temuta l’ansia è intensa, le <strong>manifestazioni fisiche sono marcate</strong>, il<strong>pensiero non controllato</strong> può subire una vera paralisi col conseguente blocco della parola, od un accavallamento di pensieri che si affastellano nella mente senza produrre una verbalizzazione coerente e lineare. Il comportamento conseguente alla pervasività di questi pensieri è quello di <strong>evitare la situazione temuta</strong>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">In casi estremi l’ansia può assumere le caratteristiche di attacco di panico, aggravando ulteriormente il quadro clinico ed  il conseguente isolamento sociale che può portare a stati depressivi.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Timidezza e ansia sociale sono imparentate con la paura. Paura di cosa, di chi? Evidentemente paura degli altri, ma andando più a fondo sulla natura del problema si può affermare che  se è vero che si tratta di un problema di relazione con altri, è altrettanto vero che il timido ha un rapporto problematico con se stesso: porta  in sé una parte più autentica di quella manifesta, ma tenuta nascosta perché considerata, secondo un giudizio socio-ambientale interiorizzato, non conforme: soffre perchè pensa di non potere essere ciò che è: un divieto interno lo impedisce.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Dunque l’ansia sociale può essere considerata una manifestazione esternalizzata che nasce da un conflitto interno più profondo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Per comprendere meglio questo meccanismo è necessario comprendere come si struttura l’ansia sociale</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"><strong>Come si struttura l’ansia sociale</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Chi soffre di ansia sociale è stato un bambino timido.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Per capire come si diventa timidi occorre comprendere come il bambino costruisce l’immagine che ha sé, come costruisce la propria identità.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">È consolidata la teoria secondo cui le caratteristiche del <strong>clima emotivo e affettivo</strong> che configura il contesto familiare e lo <strong>stile educativo</strong> rappresentino le basi per sviluppare nel bambino sicurezza personale, fiducia, curiosa esplorazione del mondo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">È dunque nell’ambito familiare che il bambino costruisce progressivamente l’immagine di sé strutturandola a partire da come si sente visto dallo sguardo della madre, del padre, dal microsociale:  col tempo sviluppa un’immagine di sé fisica, psicologica, affettiva e morale in risposta alle “indicazioni” implicite ed esplicite del contesto familiare.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Vi sono stili educativi molto protettivi, molto severi, ipercritici, ansiosi, tendenti all’isolamento della famiglia dal resto del mondo o trascuranti  che ostacolano la libera espressione di sé, la fiducia nelle proprie capacità, l’apertura verso situazioni e persone nuove.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Quando nel bambino compaiono i primi segnali di <strong>vergogna</strong> (emozione sempre presente nel timido), è già presente un conflitto tra quello che crede di dovere essere (aderendo alle attribuzioni pervenute) e quello che sente di essere: la vergogna è quella di avere emozioni e pensieri soggettivi, non in linea di conformità con l’ambiente e le sue convenzioni. Da qui il senso di colpa per violare (anche solo con pensieri ed intenzioni) le regole, le indicazioni del gruppo di appartenenza.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Si viene quindi a creare una confusione tra <strong>l’immagine personale</strong> profonda e nascosta e<strong>l’immagine sociale</strong>: tra ciò che è e ciò che deve essere. È questa confusione che genera l’incertezza, l’ insicurezza che sono alla base della timidezza e dell’ansia sociale.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Raggiunta l’età adoscenziale, col tempo, si è consolidata la necessità di mimetizzarsi nell’ambiente, conformandosi sempre più all’idea che gli altri si sono costruiti di lui, modellando per sè una <strong>maschera sociale</strong> sotto cui si nasconde un mondo di emozioni e fantasie diversi  da quelli manifestati.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Lentamente si può sviluppare una marcata ansia sociale, che se da una parte rappresenta una difesa nei confronti di un mondo vissuto come ostile e giudicante, dall’altra può essere letto, paradossalmente, come atto eversivo segnalato da manifestazioni fisiche di grande evidenza.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Questa lettura psicologica dell’ansia sociale reca in sé la strada terapeutica che si muove in due direzioni: psico-corporea e psicologica.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"><strong>Curare l’ansia sociale</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Nella cura dell’ansia sociale risulta efficace integrare un <strong>intervento psico-corporeo</strong> con un<strong>percorso psicologico</strong> finalizzati al recupero dell’auconsapevolezza e l’affermazione personale.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Il training autogeno è uno strumento terapeutico  molto utile per imparare a rilassarsi, a conoscere e modulare le emozioni, prendendo empaticamente contatto con i diversi distretti corporei particolarmente  coinvolti nello stato ansioso: si tratta di imparare ad autoindursi la distensione muscolare, a mantenere la normalità del battito cardiaco e della respirazione. In questo modo l’irrompere dei sintomi fisici nella situazione ansiogena non è vissuto passivamente, ma viene evitato proprio per un contatto interno consapevole con il proprio corpo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ad6f51;">Parallelamente ed in modo integrato, il percorso psicologico è volto a riconoscere il valore evolutivo della paura, a riconoscere e valorizzare  i contenuti psichici interni, a collocare in posizione dialettica la polarità tra mondo interno ed esterno vissuta come ansiogena, a sviluppare modalità di essere e di stare con gli altri del tutto personali in piena libertà ed autenticità.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #ad6f51;"> tratto da www.nienteansia.it</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/timidezza-ansia-sociale-psicologo-bologna/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Training Autogeno: come e quando</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/training-autogeno-come-e-quando-psicologo-bologna/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/training-autogeno-come-e-quando-psicologo-bologna/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 19:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=286</guid>
		<description><![CDATA[Spesso il Training Autogeno viene considerato una sequenza di semplici esercizi corporei finalizzati a contrastare lo stress. Rappresenta, invece, un reale strumento terapeutico: costituisce infatti la prima fase della Terapia Autogena adatta al trattamento degli stati d’ansia, del disturbo da attacco di panico, delle fobie, dei disturbi della sfera sessuale, dell’insonnia, dei disturbi psicosomatici. Date le particolari attivazioni che produce, consente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;"><img class="aligncenter size-full wp-image-287" title="images (2)" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2013/06/images-2.jpg" alt="" width="225" height="225" />Spesso il Training Autogeno viene considerato una sequenza di semplici esercizi corporei finalizzati a contrastare lo stress. Rappresenta, invece, un reale <strong>strumento terapeutico</strong>: costituisce infatti la prima fase della Terapia Autogena adatta al trattamento degli <strong>stati d’ansia</strong>, del disturbo da <strong>attacco di panico</strong>, delle <strong>fobie</strong>, dei <strong>disturbi della sfera sessuale</strong>, dell’<strong>insonnia</strong>, dei <strong>disturbi psicosomatici</strong>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">Date le particolari attivazioni che produce, consente di <strong>invertire il consueto collegamento tra mente e corpo</strong>, che usualmente corre nella direzione cervello-corpo (il cervello che dà ordini al corpo), alla direzione inversa corpo-cervello (le sensazioni del corpo vengono registrate dal cervello per quello che sono, senza alcun giudizio, accogliendole come un’espressione del proprio essere, della propria unicità).</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">L’elemento terapeutico consiste nel “disconnettere il pensiero”, “non fare” nulla, non darsi “ordini”, darsi invece a un “abbandono” completo, avvicinando con fiducia il proprio spazio interno.</span><br />
<span style="color: #b77648;">Il compito del trainer è solo quello di <em>accompagnare</em>, essere testimone di una vicenda tutta interna che avvicina con fiducia tutta la saggezza già presente nel corpo e nella psiche di ciascuno.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">In assenza di disturbi psico-fisici il Traning Autogeno rappresenta un valido strumento per migliorare il proprio stato di benessere, perché favorisce <strong>calma e autocontrollo, distensione e recupero delle energie, chiarezza mentale</strong> e sicurezza, migliorando quindi <strong>l’autostima</strong> e le prestazioni.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">Ma il Training Autogeno rappresenta anche uno <strong>stile di vita</strong>, in quanto in qualche modo insegna a scivolare fuori da una modalità esistenziale fortemente orientata al “fare”, che i modelli sociali e culturali attuali impongono, introducendo invece a una piena disposizione a “essere”, attraverso un’esperienza di proprio-percezione (avere consapevolezza del proprio corpo), che dà sicurezza, bene-essere, equilibrio.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">Si tratta in ultima analisi di una esperienza che consente di <strong>riallacciare i collegamenti tra mente</strong> (pensiero), <strong>corpo</strong> (sensazioni), <strong>emozioni</strong>; collegamenti questi che spesso l’uomo contemporaneo disconnette senza neppure rendersene conto, ostacolando il rapporto con se stesso nella sua totalità e quindi con l’Altro, col Mondo, col Tempo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">Per quanto riguarda gli <strong>effetti benefici</strong>, già dopo le prime sedute viene segnalato uno stato di calma e di distensione muscolare, che prepara alla sedazione delle emozioni (un’azione calmante), condizione importante per raggiungere un <strong>distacco emotivo dalle situazioni problematiche</strong>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">Inoltre sviluppa l’autoregolazione delle funzioni corporee involontarie, producendo effetti benefici a favore di pazienti afflitti da disturbi di psicosomatici.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">L’allenamento costante <strong>favorisce il miglioramento delle prestazioni</strong> nelle attività lavorative, di studio e sportive proprio perché migliora <strong>la concentrazione</strong>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">L’apprendimento può avvenire in forma <strong>individuale o di gruppo</strong>. Se sia facilitante il rapporto uno a uno, oppure uno a molti nella fase di apprendimento è un elemento molto soggettivo; dipende sostanzialmente da quanto una persona si sente di condividere un’esperienza comunque soggettiva con altri, da quanto la sua persona si possa sentire stimolata o disturbata dalla presenza di altri: in tal senso un colloquio preliminare con il trainer aiuta ad analizzare questi aspetti e trovare <strong>la modalità più adatta per ciascuno</strong>.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;"><strong>Il gruppo</strong> può sicuramente avere un effetto di stimolo, migliorando la ricettività; può creare<strong>rassicurazione, partecipazione, empatia</strong>, attraverso la condivisione verbale delle sensazioni provate.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">Il vantaggio dell’<strong>apprendimento individuale</strong> consiste invece nella <strong>personalizzazione</strong> degli esercizi, con eventuali modifiche dei termini usati solitamente, per evitare parole che – per alcune persone – possono essere vissute negativamente. Può essere modificata la frequenza degli incontri, dosando gli esercizi in relazione alla personale situazione psico-fisica. Inoltre le sedute possono essere più numerose, facilitando un rallentamento dell’esperienza e quindi un maggiore rafforzamento.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">Il corso individuale consente inoltre di sviluppare quelle che vengono definite “formule d’organo specifiche” che, in presenza di somatizzazioni, concentrano l’attenzione e il lavoro terapeutico sulla parte del corpo interessata dal sintomo psicosomatico, oppure delle “formule di proponimento individuali” finalizzate al raggiungimento di obiettivi personali specifici, come smettere di fumare, regolarizzare il sonno, superare l’ansia da prestazione.</span><br />
<span style="color: #b77648;">Sostanzialmente il corso individuale è come un abito costruito su misura.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;">In presenza di disturbi d’ansia, insonnia, disturbi della sessualità è possibile seguire il <strong>metodo a doppio binario</strong>, cioè alternando una seduta di <strong>Trainin Autogeno</strong> con una seduta di <strong>colloquio clinico psicologico</strong>, in modo da raggiungere in tempi relativamente brevi l’eliminazione dei sintomi e arrivare a uno stato di benessere psicofisico su cui fondare consapevolmente la propria esistenza.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b77648;"> </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #b77648;">tratto da www.nienteansia.it</span><ins></ins></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/training-autogeno-come-e-quando-psicologo-bologna/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cosa si nasconde dietro gli attacchi di panico?</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/attacchi-di-panico-psicologo-bologna/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/attacchi-di-panico-psicologo-bologna/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 19:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicopatologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=281</guid>
		<description><![CDATA[COS’E’ L’ATTACCO DI PANICO L’attacco di panico rientra nei disturbi d’ansia e consiste in un episodio improvviso d’intensa paura, associato a reazioni fisiche ed emotive. La persona è travolta da uno stato di terrore, che implica l’emergenza di fuggire dinnanzi alla situazione “stimolo” percepita come una catastrofe imminente. COME SI MANIFESTA L’attacco di panico insorge improvvisamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-282" title="images (1)" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2013/06/images-1.jpg" alt="" width="283" height="178" />COS’E’ L’ATTACCO DI PANICO</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">L’attacco di panico<strong> </strong>rientra nei disturbi d’ansia e consiste in un episodio improvviso d’intensa paura, associato a reazioni fisiche ed emotive. La persona è travolta da uno stato di terrore, che implica l’emergenza di fuggire dinnanzi alla situazione “stimolo” percepita come una catastrofe imminente.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"><strong>COME SI MANIFESTA</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">L’attacco di panico insorge improvvisamente ed è circoscritto ad un breve periodo (10 minuti circa), caratterizzandosi per un andamento in crescendo dei sintomi, che raggiungono di un livello di massima intensità, per poi diminuire gradualmente e rientrare entro parametri normali.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"><strong>SINTOMI</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">La sintomatologia è variabile, ma comporta sempre la presenza di sintomi fisici associati a vissuti emotivi.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">- SINTOMI SOMATICI: difficoltà respiratoria, respirazione accelerata, senso di soffocamento, tachicardia, dolore/fastidio al petto, nausea, crampi/dolori addominali, sudorazione, vampate di calore, brividi, tremori, vertigini, sensazione di sbandamento<strong> </strong>o di perdere i sensi.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">- VISSUTI EMOTIVI: consistono in varie forme di paura, come di perdere il controllo, d’impazzire o addirittura di morire; sensazioni di non essere parte della realtà o di essere osservatore esterno del proprio corpo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"><strong>Possono verificarsi </strong>pochi o molti di questi sintomi<strong> e, talvolta, data la loro comparsa improvvisa ed intensa, la persona teme di essere colpita</strong><strong> </strong>da un problema fisico, come un attacco cardiaco.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Sebbene i sintomi dell’attacco di panico siano destinati a scomparire, una volta terminato l’episodio, producono conseguenze debilitanti per l’organismo, quali senso di spossatezza e percezione di logoramento delle risorse fisiche e mentali.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"><strong>CAUSE</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Gli attacchi di panico sono il risultato di molteplici componenti che, interagendo tra loro, agiscono con modalità prettamente individuali. Non esiste una causa univoca, ma l’attacco di panico si manifesta in persone in cui sono presenti fattori predisponenti associati ad altri di sovraccarico psicologico.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">I FATTORI PREDISPONENTI sono legati principalmente a:</span></p>
<ul style="text-align: center;">
<li><span style="color: #b0794f;">fattori costituzionali: temperamento predisposto all’ansia e con soglie più basse di reattività allo stress;</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">appartenenza al sesso femminile<strong>: </strong>nelle donne il problema degli attacchi di panico è più frequente rispetto agli uomini;</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">eventi risalenti all’infanzia:  aver sperimentato da bambini uno stile di attaccamento insicuro verso le figure parentali, può promuovere vissuti di insicurezza affettiva associata ad un pressante bisogno di sostegno e rassicurazione;</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">personalità vulnerabili ai distacchi affettivi, reali o immaginari, o ipersensibili alle costrizioni verso situazioni di vita percepite come vincolanti;</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">stile educativo improntato sull’apprendimento dell’ansia: la presenza di genitori apprensivi, può aver trasmesso una visione del mondo incentrata su minacce e pericoli e, di conseguenza, l’apprendimento di comportamenti di difesa e protezione.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Tra i FATTORI di SOVRACCARICO rientrano:</span></p>
<ul style="text-align: center;">
<li><span style="color: #b0794f;">situazioni di elevato stress, come un lutto, una grave malattia, un importante cambiamento di vita,</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">aver subito o assistito ad un evento traumatico,</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">tensioni prolungate in ambito  lavorativo o familiare,</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">eventi di perdita affettiva o<strong> </strong>di distacco da figure importanti,<strong></strong></span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">esperienze del contesto di vita attuale, come forme di insoddisfazione, insicurezza, delusione, oppressione.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Pertanto, alla base degli attacchi di panico sussiste una “vulnerabilità individuale” su cui si sovrappongono la storia personale, gli schemi di pensiero, il modo di porsi nei confronti della vita, che ciascuno assimila  nel corso della propria esistenza.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Eventi dolorosi o stressanti sovraccaricano lo stato psicofisico, agendo sulla tendenza manifesta o latente, a reagire in modo apprensivo. Ne consegue un innalzamento della pressione emotiva, lungo un’escalation d’ansia, fino a quando la persona non riesce più a contenerla e precipita nell’attacco di panico.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Gli eventi stressanti non sono, quindi, la causa intrinseca del panico, bensì fungono da fattori scatenanti<strong>, </strong>e, generalmente, il primo attacco si manifesta improvvisamente ed apparentemente senza alcun legame con i fattori precipitanti.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"><strong>QUALI CONSEGUENZE COMPORTA L’ ATTACCO DI PANICO?</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Quando la persona ha subito un attacco di panico, la preoccupazione preminente è l’insorgenza di nuovi episodi, da cui può svilupparsi un’insidiosa paura che<strong> </strong>conduce la persona a modificare proprio stile di vita, cercando in questo modo di proteggersi dalla sofferenza.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Le conseguenze maggiormente negative non consistono negli episodi di panico in sé, sebbene siano esperienze spaventose, bensì nei meccanismi di protezione attivati dalla mente per difendersi da un loro riverificarsi: ansia anticipatoria ed evitamento.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">ü  L’ansia anticipatoria consiste nella “<em>paura della paura</em>”. L’intensa paura di avere un nuovo attacco di panico induce ad un continuo monitoraggio degli stimoli presenti nei contesti considerati a rischio ed a esasperare l’attenzione verso le proprie sensazioni fisiche. La<em>maggiore percezione</em> <em>dei sintomi fisici</em>, fornisce alla mente la conferma della presenza di un pericolo e, la mente,  a sua volta,  sollecita il corpo verso le reazioni tipiche del panico.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">ü  L’evitamento è una strategia per cui la persona tende ad <em>“evitare” le situazioni<strong> </strong>temute</em> per il riverificarsi delle crisi, o affrontarle solo se accompagnata da qualcuno di cui si fida.  L’evitamento permette di moderare l’ansia nel breve periodo, ma alimenta il problema, poiché non smentisce la paura delle situazioni temute e l’incapacità ad affrontarle. Inoltre, tende ad estendersi ad un numero sempre maggiore di contesti fino ad investire anche attività abitudinarie.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Ansia anticipatoria ed evitamento sono strategie protettive che si alimentano a vicenda e sostengono il problema, ponendo limiti sempre più ristretti alla vita di una persona. Le conseguenze comportano  la perdita della propria indipendenza e della possibilità di scelta, la rinuncia a cogliere occasioni importanti, il deterioramento della qualità della vita familiare,  lavorativa e sociale.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">È abbastanza frequente che gli attacchi di panico, se non trattati tempestivamente, peggiorino in frequenza ed intensità. Quando le crisi si verificano ripetutamente, subentra la condizione di “disturbo di panico”. Inoltre possono verificarsi:</span></p>
<ul style="text-align: center;">
<li><span style="color: #b0794f;">sviluppo di fobie specifiche, come di guidare, di andare al supermercato, di uscire di casa ecc.</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">isolamento sociale,  dovuto alla chiusura in se stessi e all’evitamento;</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">stati depressivi, di tipo “reattivo”, quale conseguenza della perdita della propria autonomia e del senso d’impotenza nei confronti del problema;</span></li>
<li><span style="color: #b0794f;">abuso di farmaci, sopratutto ansiolitici, che permettono di “tamponare” momentaneamente il disagio, ma possono creare forme di dipendenza psicologica.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"><strong>PERCHÉ CHIEDERE AIUTO AD UNO SPECIALISTA ?</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Gli attacchi di panico rappresentano segnali d’allarme che è opportuno ascoltare, poiché comunicano una sofferenza interiore, repressa e non riconosciuta, che si esprime attraverso il corpo.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">Consultare uno specialista rappresenta un momento per prendersi cura di se stessi sotto un duplice aspetto: superare le crisi di panico ed attribuire un significato al disagio.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;">La persona può ricevere, non solo un supporto concreto per spezzare il circolo vizioso del panico, ma anche un’opportunità per affrontare le proprie paure ed esplorare parti importanti di sé di cui non ha consapevolezza, in modo da ridefinire le proprie esperienze ed i modelli di costruzione delle relazioni.</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b0794f;"> </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #b0794f;"> tratto da www.nienetansia,it</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/attacchi-di-panico-psicologo-bologna/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Riparare i cuori infranti (SEPARAZIONE – Fine di una storia d’amore)</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/separazione-psicologo-bologna/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/separazione-psicologo-bologna/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 19:22:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=276</guid>
		<description><![CDATA[“L’amore quando è finito lascia un cratere nell’anima, lo puoi riempire delle emozioni più vili o più sagge, è che se lo riempi di dolore… ti lacera da dentro. Allora piano piano, riempilo con gocce di speranza e sul terreno incolto, lacerato, vedrai nascere un giardino”. Stephen Littleword Quando finisce una relazione, sia che sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #b4844b;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-277" title="images" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2013/06/images.jpg" alt="" width="74" height="74" />“L’amore quando è finito lascia un cratere nell’anima, lo puoi riempire delle emozioni più vili o più sagge, è che se lo riempi di dolore… ti lacera da dentro. Allora piano piano, riempilo con gocce di speranza e sul terreno incolto, lacerato, vedrai nascere un giardino”. Stephen Littleword</em></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b4844b;">Quando finisce una relazione, sia che sia stata una conoscenza intima, l’amore della propria vita, la convivenza o il matrimonio, è sempre un’esperienza dolorosa, che mette alla prova chiunque si trovi ad affrontarla. Infatti, la fine di una relazione è un processo doloroso anche per chi prende la decisione di lasciare; ma per chi viene lasciato lo è molto di più. Il dolore della separazione può comportare cambiamenti repentini dell’umore, causare spossatezza, provare un forte senso di colpa e pensare, in maniera ossessiva, a cosa si sarebbe potuto fare per evitare la separazione. Quindi si presentano sintomi a livello cognitivo, emozionale, comportamentale, somatico e relazionale.</span></p>
<ul style="text-align: center;">
<li><span style="color: #b4844b;">A livello cognitivo: riscontriamo difficoltà di concentrazione, lievi stati confusionali, disorientamento, illusioni sensoriali, idee suicidarie transitorie, pensieri ricorrenti relativi al proprio ex.</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">A livello emozionale: si presenta la paura, rabbia, solitudine, tristezza, disperazione e stordimento.</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">A livello comportamentale: vengono manifestati il pianto, disturbi del sonno, diminuzione delle attività quotidiane, isolamento, disturbi del comportamento alimentare, dipendenza dagli altri.</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">A livello somatico: si nota una diminuzione dell’energia, dolori muscolari, sintomi somatici d’ansia (tachicardia, vertigini, cefalea, ecc.), alterazioni dell’attività neuroendocrina e immunitaria;</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">A livello relazionale:  coinvolto a seguito di tutte le manifestazioni elencate, in quanto l’individuo si muove in un contesto sociale che è composto dalla famiglia, dai colleghi, dagli amici e anche in base alle risposte degli altri ai sintomi si profilerà l’intero percorso del lutto.</span></li>
<li></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b4844b;">La separazione quindi è a tutti gli effetti un trauma che deve essere elaborato, proprio come un “lutto”. Infatti non si può amare qualcuno e perderlo senza sentirsi soli e deprivati del suo affetto, senza diventare vulnerabili e provare dolore. Il lutto è come una ferita, il cui processo di cicatrizzazione richiede tempo e fatica. Il lutto da separazione può durare mesi o addirittura anni e in assoluto il far finta di nulla è la situazione che crea più danni prolungandola sofferenza nel tempo. Per affrontare la situazione occorre:</span></p>
<ul style="text-align: center;">
<li><span style="color: #b4844b;">Affrontare i forti sentimenti e le emozioni generati dalla separazione attraverso: l’espressione della delusione, della rabbia e del perdono;</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">Ricapitolare la relazione di coppia andando alla ricerca delle motivazioni profonde della separazione;</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">Scoprire i processi di crescita avvenuti nella relazione, che ora sono bloccati;</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">Accettare gli elementi positivi della relazione;</span></li>
<li><span style="color: #b4844b;">Ridefinire la realtà, gli obiettivi della propria vita, gestire il futuro prossimo.</span></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b4844b;">Il rimanere bloccato in una di queste diverse fasi non permette di portare a termine il processo di separazione. Più si rimane bloccati in una fase più si continua a rimanere legati all’altra persona. Si potrebbe affermare che non basta solo separarsi con la testa ma bisogna separarsi soprattutto con il cuore. Accettare la fine di una storia è il primo passo verso la ricostruzione e la guarigione. Bisogna riuscire ad accettare che esistono motivi che non possiamo capire o controllare e che non tutto dipende da noi. Importante in un momento come questo, concentrare le attenzioni su se stessi, poiché la separazione ci dice molto su noi stessi. La fine di una storia rappresenta anche un momento di crescita, di rafforzamento delle proprie capacità di superare le difficoltà. Inoltre può rappresentare l’inizio di un percorso volto a meglio conoscere se stessi. Capire quali eventuali vuoti interiori questa relazione forte e passionale colmava. Infatti spesso sentimenti molto forti non sono dovuti all’amore per il partner, ma a vere e proprie carenze affettive passate. A seconda di come siamo stati abbandonati ed abbiamo vissuto e superato tali abbandoni da piccoli, che si rivivranno gli abbandoni e le separazioni attuali e futuri. Capire tutto ciò ci permette di meglio superare la fine di una relazione, di cambiare il “copione” passato. In queste situazioni può rivelarsi prezioso l’aiuto di una psicoterapia ai fini di un sostegno per superare il dolore , aiutando la persona ad elaborare i vissuti di rabbia, confusione e disorientamento che accompagnano questo momento. In particolare lo psicoterapeuta aiuterà il paziente a prendere consapevolezza  del suo disagio.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #b4844b;">                                      tratto da www.nienteansia.it</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/separazione-psicologo-bologna/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>In nome del Padre, della madre e del coniuge – Le apparenze sociali – L’ossessione identitaria</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-ansia/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-ansia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 19:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di Psicologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=271</guid>
		<description><![CDATA[C’è un dibattito che arrovella i paesi di cultura occidentale, visto il significato per loro rivestito dall’invocazione che apre la principale preghiera della religione professata dai più:  il “nome del padre”. Che sia questo uno, e forse il fondamentale, motivo che impedisce di modificare qualcosa nella tradizione del cognome si è largamente autorizzati a supporlo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-274" title="Birthday Party_ tutti a tavola" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2013/06/Birthday-Party_-tutti-a-tavola1-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" />C’è un dibattito che arrovella i paesi di cultura occidentale, visto il significato per loro rivestito dall’invocazione che apre la principale preghiera della religione professata dai più:  il “nome del padre”. Che sia questo uno, e forse il fondamentale, motivo che impedisce di modificare qualcosa nella tradizione del cognome si è largamente autorizzati a supporlo.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Nonostante si riconosca da varie parti che l’obbligatorietà del cognome paterno si dimostri come un retaggio di un’arcaica concezione di famiglia patriarcale e si inviti ad accordare a entrambi i genitori uguale diritto nell’attribuire ai figli il proprio cognome, la statistica è marcatamente a favore della soluzione paterna, molto ma molto di più rispetto al doppio cognome e solo un’esigua minoranza propenderebbe per il cognome materno, il quale, dobbiamo sottolinearlo, per tanto tempo, forse troppo, come nel caso dei cognomi di fantasia, di santi del giorno o di località, ha rivelato una vergognosa mancanza di legittimazione da parte di qualcuno, appunto il detentore della patria potestà.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Il cognome rappresenta, ancora, come una specie di sedimentazione, in ognuno, della storia e (perché no?) anche della geografia e dei suoi risvolti antropici, che colloca la nostra identità in precise coordinate spazio-temporali quanto mai utili a definirci (Esposito non è affatto la stessa cosa di Brambilla, a seconda che ci si situi in Campania o in Lombardia). Quando ci si presenta si forniscono dei dati descrittivi che inseriscono la nostra individualità in una cornice che solamente l’omonimia può incrinare indelebilmente e allora sì che è necessaria un’ulteriore distinzione: di paternità, maternità, provenienza, grafia nella scrittura, aggiunte di altri nomi o indicazioni si soprannome.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Non è questione da poco per chi, come me, si chiama Ierace, la cui iniziale può essere trasformata facilmente in J, G, o in Y, magari preceduta da una muta H, e la finale, a seconda di dove ci si trovi diventa “e” o “i” (Gerace, Geraci siculo); in Sicilia, sommando il tutto, si arriva perfino a Iraci. Ma questo, direte Voi, sono fatti tuoi. E no, perché si potrebbe ripetere un ragionamento analogo per Rossi, Bianchi e Verdi, Russo, Ferrari, Colombo, Romano, ecc. che risultano i più diffusi assieme a Ricci, Conti, Marino, Costa e Greco. Lo avevo anticipato, non è cosa da poco!</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;"> </span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">In Giappone, fino al XIX secolo, l’uso dei cognomi era quasi esclusivamente riservato all’aristocrazia. Cognomi matrilineari esistevano in Cina prima della dinastia Shang (1600-1046 a.C.), ma, nelle società patriarcali, anche se non proprio “per omnia sæcula<strong> </strong>sæculorum”, il cognome di nobili e plebei è stato sempre quello dell’unico titolare dell’autorità all’interno del più piccolo nucleo comunitario, il “pater familias”.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Adesso che, in periodo di parità tra i sessi, si vuole lasciare alla famiglia la piena libertà di attribuirsi un proprio statuto anagrafico, cosa sta succedendo? Stiamo assistendo agli ultimi colpi di coda di un patriarcato, che consapevole del proprio tramonto, manifesta una certa resistenza a cedere le armi o è la figura del padre che mantiene, tutto sommato, almeno nell’immaginario collettivo, i tratti essenziali, anche se forse non più dell’autorità, almeno quelli della tradizione e dell’identità? Si ricordino i tormentati rapporti mitici tra Telemaco e Ulisse, Agamennone Oreste ed Elettra, Edipo Laio e Giocasta, per non proseguire con la successiva generazione della saga</span></em><br />
<em><span style="color: #af8150;">tebana: Antigone, Ismene, Polinice ed Eteocle.<strong></strong></span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">In un articolo di Silvia Vegetti Finzi (e si noti la compresenza dei due cognomi, il suo, di lei, e quello del marito, <strong>in una donna, di certo, pienamente emancipata</strong>), apparso sul “Corriere della Sera” (del 26 maggio 2013), al quale ha fatto eco (con la minuscola) l’Umberto con la maiuscola, ne “La bustina di Minerva” de L’Espresso (n. 22 del 6 giugno 2013), il dilemma viene brillantemente affrontato in una dimensione profondamente psicologica: “la figura paterna è diventata così fragile che, esautorarla ulteriormente”, la danneggerebbe in maniera del tutto gratuita, in netta antitesi “con la necessità di conferma e di sostegno” invocata dalla maggior parte. “In confronto all’evidenza fisica, corporea della maternità semper certa, concedere al padre la trasmissione del cognome può essere considerato un risarcimento simbolico che riequilibra la naturale asimmetria della generazione”.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Nei paesi ispano-americani, eccetto che in Argentina, i figli assumono sia il primo cognome del padre che il primo della madre. Negli Stati Uniti d’America, una coppia può decidere di chiamare il figlio con il cognome della madre, o comunque di aggiungerlo, anteponendolo al cognome paterno. Cosa succederebbe, se però alla discussione sulla trasmissione del cognome potessero partecipare pure i nonni, sia quelli autorizzati dal presunto padre che quelli per diritto matrilineare?</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Eco (con la minuscola) si ferma ironicamente al paradosso della logica genealogica, non sempre razionale, e prospetta uno scenario iperbolico che riporta ancora una volta ai cognomi di fantasia, non del tutto dissimili da quelli di provenienza (geografica o storica), professionali o di clan. In Irlanda, buona parte dei cognomi si sono formati con la particella gaelica “Ó”, che per l’appunto indica la discendenza da un comune avo.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Per molto tempo, l’identificazione formale ha, normalmente, incluso il luogo d’origine e, sino a qualche decennio fa, pure il patronimico. Nell’antichità si faceva ricorso alla denominazione della gens d’appartenenza. I “tria nomina” della Roma repubblicana non davano adito a dubbi. Perché un prenome, paragonabile al nome proprio di persona, distingueva l’individuo, il nomen, paragonabile all’odierno cognome, denotava l’appartenenza a una stirpe, e il cognomen, che potrebbe essere considerato una sorta di soprannome, poteva indistintamente rappresentare un contrassegno personale o quello peculiare di un determinato ramo di famiglia. Pochissimi restavano riconoscibili per un irripetibile signum o supernomen (Augusto, per esempio).</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Da allora, per definire le caratteristiche della persona, è rimasto popolarmente in vigore il soprannome, che un tempo era molto spesso un pregio o difetto fisico, l’indicazione del padre e della madre, o del mestiere dei familiari. Da questo punto di vista,  Chioggia è davvero un caso demografico unico. La singolarità campana invece prevede anche la derivazione dai santi della devozione locale (Sanfelice, Sanciro) oppure dei lunghissimi nomi composti (tipo  Castrogiovanni o Saltalamacchia). Nel medioevo questi aspetti vennero accentuati a tal punto da pervenire, in qualche modo, al cognome moderno, che in conclusione può essersi originato da una caratteristica peculiare di un antenato, dalla sua occupazione o stato sociale, dal luogo d’origine, o semplicemente dal nome dei genitori.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">In Islanda la pratica del patronimico è esasperata fino al risultato di avere differenti cognomi in una stessa famiglia, a seconda del genere: ognuno assume come cognome il nome del padre seguito dal suffisso -son se maschio, -dottir se femmina. In Lituania regole simili valgono sia per i figli sia per la moglie: nei figli maschi il cognome finirà in –us, nelle figlie in –utė e la moglie assumerà il cognome del marito con desinenza in -enė.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;"> </span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Esistono tradizioni per le quali non è ammissibile che la moglie mantenga un cognome diverso da quello del marito. In altre situazioni è permesso mantenere il cognome da nubile e in altre ancora è possibile l’esatto opposto, cioè che l’uomo prenda il cognome della moglie. In Giappone, entrambi i coniugi possono cambiare cognome e alcuni scelgono di mantenere ambedue, magari uniti con un trattino. Alle donne ungheresi sposate viene proposto persino di sostituire il proprio cognome e nome (nell’ordine tipico che, per i magiari, pone prima il cognome) con il cognome e il nome del marito seguiti dal suffisso –né.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Vincenzo Jerace (anche lui polìstenese, ma con la J iniziale), dopo la scomparsa della consorte Luisa, giusto mentre stava fondendo in bronzo la statua colossale del Redentore, collocata sulla montagna dell’Orthobène (vicino Nuoro), in ricordo di lei, aggiungeva alla propria firma  una “L”. Grazia Deledda gli avrebbe scritto il 17 agosto 1902: “Se è vero che il nostro spirito sopravive e va al di là del vento della vita, qualche sera di luna come quella di ieri sera, un convegno d’anime di poeti sardi ricorderà lo spirito dell’artista e della sua diletta, e farà ghirlanda al suo monumento, il cui simbolo d’infinita pietà e amore avrà finalmente conquistato la rude anima sarda”.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Se l’elaborazione del lutto, in Vincenzo Jerace, necessitava dell’inglobamento di qualcosa (la L) che riguardasse l’oggetto d’amore, per meglio metabolizzarlo, nel caso di Salvador Domènec Felip Jacint Dalí i Domènech emerge una cervellotica ricerca di completamento androgino. Dopo aver conosciuto Gala (Elena Ivanovna Diakonova), la sceglie quale musa ispiratrice che su di lui probabilmente esercitava una fortissima influenza stabilizzante, tanto che, dalla metà degli anni Trenta del Novecento firmava i suoi quadri con entrambi i loro nomi. “Quando quella testa scoppierà, apparirà il fiore,/ il nuovo Narciso, Gala, il mio Narciso”.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Il riferimento mitico alle Metamorfosi di Ovidio e alla nascita di Atena, già</span></em><br />
<em><span style="color: #af8150;">adulta e armata, dal capo di Zeus, sembrano fin troppo evidenti, almeno quanto il narcisismo dell’autore della poesia e dell’opera “Le metamorfosi di Narciso”, quasi l’autoritratto onirico di un surrealista. Nella poesia, però Dalì fornisce un’ulteriore spiegazione che è come se chiudesse il cerchio, grazie all’espressione catalana “avere un bulbo in testa”. Guardarsi allo specchio equivale ad avere un bulbo in testa e soffrire di un complesso freudiano. Da una presenza spettrale scaturisce nuova linfa vitale, il fiore del narciso da un uovo; in secondo piano, e in contrasto con un ermafroditismo  egocentrico, poi, dei nudi rimpiccioliti, definiti “il gruppo di eterosessuali”, forse i pretendenti respinti.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Freud non aveva mai preso in seria considerazione il movimento surrealista, ma dopo aver visto il quadro di Dalì, confessò che “il giovane spagnolo, con i suoi occhi ingenui e fanatici e la sua indubbia maestria tecnica, mi ha fatto cambiare idea”.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Il suo repertorio di simboli visivi li coglieva quasi sempre dagli elementi onirici. Aveva coniato l’espressione “metodo paranoico-critico” per descrivere le modalità con cui la mente umana riesce a stabilire relazioni tra immagini che non hanno alcun nesso razionale tra loro. E così, alla stessa maniera in cui Freud analizzava il significato dei sogni, Dalì si proponeva il percorso sintetico inverso, unendo differenti parti del subconscio in una raffigurazione interpretabile. Fra i temi complessi che collegano Freud a Dalì, il narcisismo non può che essere, in assoluto, il più rappresentativo.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">L’esibizionismo di Dalì, nonostante fosse davvero smisurato, non sempre riusciva a stupire se stesso: “E’ molto difficile scioccare il mondo ogni ventiquattro ore”. La vanità del resto, “proprio perché ha per oggetto il nulla”, come ammette Barbara Carnevali, in “Le apparenze sociali” (il Mulino, Bologna 2012), si dimostra “distruttiva e potenzialmente mortale, votata all’annichilimento”, e in questo intimo collegamento stabilisce uno dei suoi tratti culturalmente più persistenti in una sorta di prematuro cenotafio.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;"> </span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Il valore positivo del narcisismo potrebbe invece mettersi in gioco dinamicamente in una relazione di riconoscimento che conferisca un qualche valore protettivo all’autostima. Nella condizione di natura, soddisfatto dall’autosufficienza cognitiva ed emotiva, dettata dalla spontanea espressività immediata, priva di scopi rappresentativi, l’io non valuta lo sguardo altrui. Il problema si pone quando non ci si accontenta più di noi stessi e “vogliamo vivere nell’idea degli altri una vita immaginaria, e per questo ci sforziamo di apparire”, come scrisse Pascal, aggiungendo: “lavoriamo incessantemente ad abbellire e conservare il nostro essere immaginario, e trascuriamo quello vero”.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Sembra la descrizione di chi si nasconde dietro un nickname, un nome di battaglia o nom de plume; nomi d’arte, pseudonimi, che possono essere sigle, combinazioni di lettere e numeri, ma, ancora una volta, soprannomi. Da qui all’alter ego il passo è breve; tutta questione di struttura di personalità. Spesso, se non ci si trova nel campo della risoluzione di omonimie, oppure dell’evitamento di determinate attinenze inadeguate o ancora fin’anco dell’assunzione di una falsa identità, si tratta piuttosto di simulare o dissimulare rapporti.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">In “Nachgelassene Fragmente” (1880-1881), Nietzsche si dimostra illuminante per chiarire quest’aspetto della nostra ossessione identitaria: “Noi inventiamo noi stessi come unità in questo mondo di immagini da noi stessi creato”.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">L’unità del “noi” è un’invenzione, una finzione fin dall’inizio, spiega Francesco Remotti (“L’ossessione identitaria”, Laterza, Bari 2010). E’ ciò che i “noi” immaginano di essere, o meglio le loro costruzioni identitarie, in quanto finzioni, letteralmente plasmate, a incidere sui loro stessi modelli. Insomma è il nazionalismo, come sostenne Ernest Gellner (“Nations and nationalism”, 1983) a creare le nazioni e non viceversa.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">La distinguibilità da ciò che è diverso, e quindi la separatezza necessitano di uno sforzo immaginativo superiore all’afferrabilità dell’identità. Robert Lowie aveva provocatoriamente proposto una definizione di cultura intesa come “quella cosa fatta di stracci e toppe” (“Primitive Society”,1920), per sottolineare come sia la carenza di organicità e di coerenza a incrinare i mal riusciti tentativi di sistematicità. L’eterogeneità è parte integrante del disegno e l’alterità è insita all’identità che è fatta di negoziazione e compromessi. E’ la contaminazione a sostanziarci, essendo sempre, nolenti o volenti, figli di un meticciamento antropologico, nel cui originario sincretismo, le famiglie  dei noi e degli altri coesistono, in quanto genitori, fratelli, nonni, zii, cugini. Cos’è la regola dell’esogamia se non un esplicito e programmatico ricorso all’alterità a fini riproduttivi, e di conseguenza biologici, demografici, antropologici, sociali.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">In “Identifying Identity: A Semantic History” (1983), Philip Gleason evidenziava la conflittualità tra le due difficoltà, di fare a meno del termine identità, a causa delle aspettative ormai generalizzate sul suo utilizzo e quell’altra di fornire adeguata definizione del suo contenuto semantico. Da un punto di vista analitico, il concetto di identità rimanda a quello di sostanza. Ma, dal punto di vista filosofico, ciò è superato dalla trasformazione, secondo un processo storico coinvolgente. Un ricorso sempre più consistente al termine identità appare parallelo al decremento della generalizzazione in favore di interessi particolaristici, al tramonto di un’impostazione universalistica.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Mentre è stato Milton Hyland<strong> </strong>Erikson a contribuire in maniera determinante a ricercare “qualcosa di interno” in strutture psichiche profonde, in grado di persistere “attraverso il mutamento”, il costrutto sociologico s’è orientato verso l’artificio, scaturito da un’interazione tra individuo e società, quindi mutevole “secondo le circostanze”. E qui si torna nuovamente al problema della rappresentazione del sé, del presentarsi e dell’apparire in un contesto sociale in cui l’attore deve recitare su di uno scenario che provveda alla costruzione di una “realtà” originariamente incompleta.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Non vi sono dunque solide strutture materiali a supportare la rappresentazione, ma semplici intrecci e occasioni, con le loro interazioni e dialettiche, a influenzare continuamente ciò che, di volta in volta, si assembla. Insomma, per rimanere nella metafora teatrale: si recita a soggetto.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Ludwig Wittgenstein (“Philosophische Untersuchungen”, 1953) sosteneva che la via maestra esiste solo nella nostra illusione, la realtà è fatta di viuzze laterali. E Stephen Mitchell (“Relational Concepts in Psychoanalysis. An Integration”, 1993) ha proposto il superamento di quest’impasse, ridefinendo la mente, non più dall’interno, bensì sulla base dei campi di queste interazioni e transazioni.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Ogni io, ogni noi, si costituisce proprio grazie all’apporto dell’alterità. Nelle lingue europee si impiega l’espressione noi-noi e noi-altri per segnalare ulteriormente, in prima battuta, la contraddizione, e subito dopo la singolarità della configurazione dell’intreccio e della compresenza. In romanesco questo gioco di contrapposizioni viene reso ancora più efficace a sottolinearne peculiarità ed esclusività: noantri, voantri.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">Paradossalmente il rapporto d’identità s’afferma nel riconoscimento dell’alterità: il ”je est un autre” di Arthur Rimbaud avrebbe trovato complementare corrispondenza in un “tu-sei-me”, perché, grazie alla Psicotematica di Bernardino Del Boca, è possibile seguire la trama delle relazioni di cui è intessuto il reale, tenendo contemporaneamente anche conto della dinamica delle trasformazioni che quelle connessioni alimenta.</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="color: #af8150;">                                                                                                                                                                                                           tratto da : www.nienteansia.it</span></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-ansia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Disturbo Ossessivo- Compulsivo</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/il-disturbo-ossessivo-compulsivo/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/il-disturbo-ossessivo-compulsivo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2012 12:41:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicopatologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=259</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Che cos’è il disturbo Ossessivo-Compulsivo Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità è un disturbo di personalità caratterizzato da: preoccupazione per l’ordine e per le regole, perfezionismo, difficoltà a portare a termine i propri compiti, riluttanza a delegare ed a cooperare, testardaggine, rigidità su questioni di etica e di moralità, difficoltà a manifestare le proprie emozioni, bisogno di controllo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #b86846;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-260" title="DOC" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2012/12/DOC.jpg" alt="" width="265" height="190" /></em></span></h3>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="color: #b86846;"><em>Che cos’è il disturbo Ossessivo-Compulsivo</em></span></h3>
<p><em style="color: #b86846;">Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità è un <span style="text-decoration: underline;">disturbo di personalità</span> caratterizzato da: preoccupazione per l’ordine e per le regole, perfezionismo, difficoltà a portare a termine i propri compiti, riluttanza a delegare ed a cooperare, testardaggine, rigidità su questioni di etica e di moralità, difficoltà a manifestare le proprie emozioni, bisogno di controllo nel lavoro e nelle relazioni interpersonali. </em><em style="color: #b86846;">Tali aspetti sono riscontrabili in un gran numero di persone per le quali, tuttavia, non è possibile affermare la presenza del disturbo, in quanto essi possono rivelarsi particolarmente utili e funzionali in numerose aree della vita; solo quando si verifica che tali aspetti interferiscono con la capacità di lavorare e di sviluppare relazioni intime, allora è opportuno diagnosticare la presenza di un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. </em></p>
<p><span style="color: #b86846;"><em>Frequentemente i pazienti giungono all’osservazione di un terapeuta manifestando specifiche difficoltà e peculiari sintomi quali, ad esempio: stati d’ansia, depressione o disturbi dell’adattamento. Tipicamente questi soggetti presentano anche problemi di natura familiare, poiché i familiari (es. il coniuge, figli) si lamentano spesso del forte disagio che provano a causa del perfezionismo e dell’inflessibilità alle regole delle persone con questo disturbo. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Questi pazienti possono soffrire anche di <span style="text-decoration: underline;">disturbo ossessivo-compulsivo</span> (vedi oltre) anche se le due entità sono distinte. La personalità ossessivo-compulsiva è, inoltre, tra quelle più frequenti nei disturbi alimentari, in particolare nell’<span style="text-decoration: underline;">anoressia</span>. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Tale patologia colpisce circa il 3-10% della popolazione, più frequentemente di sesso maschile. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>L’esordio avviene in adolescenza o nella prima età adulta.</em></span></p>
<div><span style="color: #b86846;"><em> </em></span></p>
<h3><span style="color: #b86846;"><em>Come si manifesta</em></span></h3>
<p><span style="color: #b86846;"><em>I pazienti che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, presentano  comportamenti coerenti con le seguenti caratteristiche: ferma <strong>applicazione delle regole</strong>e dei principi in cui credono, adesione alle convenzioni sociali, <strong>scrupolosità</strong> e<strong>coscienziosità</strong> in materia di moralità e di etica; <strong>rigida organizzazione</strong> della vita quotidiana; <strong>dedizione eccessiva al lavoro</strong>, occupano gran parte del tempo in attività produttive, al punto da escludere i momenti di svago e le amicizie; <strong>perfezionismo</strong>, che interferisce con la capacità di prendere decisioni e di portare a termine le attività programmate; <strong>elaborazione di schemi, liste, programmi e gerarchie</strong> relativi allo svolgimento di un compito; accumulo di oggetti consumati o di nessun valore; <strong>avarizia</strong> e mancanza di generosità, in quanto considerano il denaro come qualcosa da accumulare in vista di catastrofi future; comportamenti interpersonali<strong> formali, educati e corretti</strong>; comportamento <strong>giudicante, critico, controllante e punitivo</strong> nei confronti di coloro con cui entrano in relazione; comportamento </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em><strong>compiacente e fintamente ossequioso</strong> nei confronti di figure che percepiscono come autorevoli; <strong>riluttanza a delegare</strong> lo svolgimento dei compiti e scarsa collaborazione nei gruppi di lavoro e,  infine, insistenza nel pretendere che i subordinati aderiscano ai ruoli ed ai metodi che essi stabiliscono.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Dal punto di vista emotivo, invece, presentano una <strong>notevole difficoltà</strong> ad esprimere i propri stati d’animo ed <strong>a manifestare emozioni di calore e di premura verso gli altri</strong>; nello stesso tempo, essi mostrano una fondamentale tendenza a trattenere i propri sentimenti aggressivi, nonché qualunque indicazione sui propri interessi personali, dedicando tutti i loro sforzi per andare incontro ai desideri altrui. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Ad ogni modo, le <span style="text-decoration: underline;">emozioni</span> da loro maggiormente sperimentate sono: l’<strong>ansia</strong> relativa all’eventualità che si verifichino catastrofi future; la <strong>paura</strong> di essere disapprovati e giudicati negativamente; la <strong>rabbia</strong> e <strong>l’ostilità</strong> verso gli altri, legate all’impossibilità di esprimere le proprie emozioni ed i propri pensieri.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Appaiono, inoltre, <strong>profondamente rigidi e testardi</strong>, al punto da rimanere inflessibilmente ancorati alle proprie convinzioni, riluttanti a considerare il punto di vista altrui e ad accettare idee diverse dalle proprie.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>I pensieri tipici che attraversano la mente di questi pazienti sono: “Ci sono comportamenti, decisioni ed emozioni giuste e sbagliate”; “Sbagliare significa aver fallito, essere meritevoli di critica”; “Fallire è intollerabile”; “La gente dovrebbe fare meglio, mettercela tutta”; “So qual é la cosa migliore da fare”; “I dettagli sono essenziali”; “Devo controllare perfettamente il mio ambiente, così come me stesso; la perdita di controllo è intollerabile e pericolosa”; “Senza le mie regole crollerò”.</em></span></p>
<div><span style="color: #b86846;"><em> </em></span></p>
<h3><span style="color: #b86846;"><em>Come capire se si soffre di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità</em></span></h3>
<p><span style="color: #b86846;"><em>I “sintomi” in base ai quali è possibile sospettare di avere un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità sono:</em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b86846;"><em>ansia;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>tendenza all’ordine e all’organizzazione attraverso il ricorso a liste, schemi e programmi;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>attenzione ai dettagli;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>perfezionismo;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>senso di colpa quando la persona crede di non avere soddisfatto i propri standard lavorativi o etici, quando crede di essersi comportata in modo irresponsabile o pensa di aver sbagliato o causato danno ad altre persone;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>difficoltà a portare a termine i compiti o a prendere decisioni;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>passività;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>controllo;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>testardaggine;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>rigidità;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>dedizione al lavoro ed alla produttività;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>coscienziosità, scrupolosità ed inflessibilità in tema di moralità e di etica;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>incapacità a gettare oggetti;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>riluttanza a delegare ed a collaborare;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>avarizia;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>difficoltà ad esprimere emozioni e stati d’animo.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #b86846;"><em>Dal momento che è possibile riscontrare la presenza di tali caratteristiche anche in altri disturbi mentali, è opportuno chiarire alcune distinzioni tra il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità ed altre condizioni che possono sembrare apparentemente simili.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si distingue dal <strong><span style="text-decoration: underline;">disturbo ossessivo-compulsivo</span></strong> prevalentemente per l’assenza di reali ossessioni e compulsioni; nello stesso tempo, esso se ne differenzia per il fatto che, chi soffre di DOC, tormentato da pensieri ricorrenti dal contenuto spiacevole e spinto a mettere in atto comportamenti ritualistici, riconosce come problematiche tali manifestazioni e desidera liberarsene; chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, invece, raramente prova disagio a causa delle proprie caratteristiche di personalità e, piuttosto, le considera come altamente adattive.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Il DOCP, inoltre, può essere confuso con il <strong><span style="text-decoration: underline;">disturbo narcisistico di personalità</span></strong> poiché hanno in comune una tendenza al perfezionismo; ciò nonostante, mentre i pazienti con disturbo narcisistico di personalità sono inclini a credere di aver raggiunto standard perfezionistici, i pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità rimangono solitamente autocritici ed insoddisfatti dei risultati raggiunti. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Può, inoltre, essere accomunato al <strong><span style="text-decoration: underline;">disturbo narcisistico di personalità</span></strong> e al <strong><span style="text-decoration: underline;">disturbo antisociale di personalità</span> </strong>dalla mancanza di generosità verso gli altri; in quest’ultimi due <span style="text-decoration: underline;">disturbi di personalità</span>, tuttavia, è presente una fondamentale indulgenza verso se stessi, mentre chi presenta un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità ha una modalità di spesa che risulta improntata all’avarizia sia per sé che per gli altri.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Il DOCP, infine, va distinto sia da un quadro di sintomi che può insorgere in seguito agli effetti di una condizione medica generale sul Sistema Nervoso Centrale, sia da sintomi che possono svilupparsi per l’uso cronico di sostanze.</em></span></p>
<div><span style="color: #b86846;"><em> </em></span></p>
<h3><span style="color: #b86846;"><em>Cause</em></span></h3>
<p><span style="color: #b86846;"><em>Difetti ereditari o congeniti possono svolgere un ruolo rilevante nella strutturazione del disturbo ossessivo-compulsivo di personalità; allo stesso modo, un <strong>temperamento ansioso</strong>può notevolmente incidere su tale sindrome.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Un peso importante nell’insorgenza del disturbo può essere assunto, inoltre, da alcune<strong>caratteristiche presenti nei genitori</strong> di questi pazienti; tra esse le più rilevanti sembrano essere: poca spontaneità ed espressività emotiva dei genitori; eccessiva indulgenza, durante i primi anni di vita del figlio ed elevati standard morali, richieste irrealistiche di maturità e responsabilità negli anni successivi; inibizione dell’espressione delle emozioni ed il contatto con esse; ipercontrollo ed eccessive richieste di vivere  secondo le aspettative dei genitori; uso di punizioni quando il bambino fuoriesce dagli standard prefissati; desiderio di rendere il figlio autonomo ed attivo, unitamente ad uno scarso sostegno nell’esplorazione del mondo esterno.</em></span></p>
<div><span style="color: #b86846;"><em> </em></span></p>
<h3><span style="color: #b86846;"><em>Conseguenze</em></span></h3>
<p><span style="color: #b86846;"><em>I pazienti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo di personalità presentano una rilevante compromissione della vita lavorativa, relazionale ed affettiva.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Da un <strong>punto di vista lavorativo</strong>, la tendenza al perfezionismo ed all’organizzazione dettagliata delle attività da svolgere interferisce notevolmente con la capacità di portare a termine i compiti programmati e di prendere decisioni. Nello stesso tempo, la riluttanza a delegare ad altri lo svolgimento dei compiti, unitamente all’aspettativa che gli altri aderiscano rigidamente alle proprie regole e metodi, rende la collaborazione e la cooperazione con tali pazienti estremamente complessa. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Da un <strong>punto di vista relazionale</strong>, l’eccessiva dedizione al lavoro ed alla produttività, porta i pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità ad escludere le attività di svago e le amicizie; le uniche relazioni sociali che coltivano sono quelle che hanno all’interno di attività che richiedono un’attenta organizzazione e nelle quali viene posta grande enfasi sulla perfetta esecuzione. Allo stesso modo, una rigida adesione alla convenzioni sociali ed un’estrema coscienziosità su questioni di moralità e di etica, porta tali pazienti a stabilire relazioni nelle quali risultano estremamente inflessibili e critici, sia nei confronti di se stessi che degli altri, rispetto al perseguimento dei principi in cui fermamente credono. Infine, la difficoltà ad esprimere emozioni di calore e di premura verso gli altri, unitamente alla mancanza di generosità, porta tali pazienti a strutturare relazioni interpersonali il più delle volte formali e superficiali.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Dal <strong>punto di vista affettivo</strong>, la difficoltà dei pazienti che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità ad accedere alle proprie emozioni e stati d’animo, interferisce profondamente con la formazione di relazioni intime e calde, determinando piuttosto atteggiamenti di controllo interpersonale.</em></span></p>
<div><span style="color: #b86846;"><em> </em></span></p>
<h3><span style="color: #b86846;"><em>Differenti tipi di trattamento</em></span></h3>
<p><span style="color: #b86846;"><em>Per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si ha a disposizione una molteplicità e varietà di orientamenti, ciascuno focalizzato su aspetti specifici del problema e su modalità peculiari di intervento. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Di seguito sono riportati i principali tipi di psicoterapia che trattano il DOCP: </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Gli <strong>approcci psicodinamici</strong> si focalizzano prevalentemente sull’interpretazione di elementi repressi e rimossi, da cui ritengono derivino i sintomi manifestati dal paziente. Utilizzano la relazionale terapeutica come punto di partenza per esplorare relazioni precedenti che potrebbero aver determinato lo sviluppo dei sintomi. Vengono indagati i traumi precoci. Vengono esplorate le fantasie del paziente circa un approccio alla vita rilassato e flessibile, dopo aver sollecitato in lui il riconoscimento degli aspetti che bloccano la sua creatività e che risultano inefficaci nel fronteggiamento delle situazioni di vita. Quando le paure ed i sentimenti di disagio diventano consci, allora possono essere affrontati in maniera produttiva. Il lavoro sui sogni e la libera associazione viene utilizzato per superare le difese del paziente nei confronti di sentimenti e di paure profondamente radicati. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Secondo <strong>l’approccio interpersonale</strong>, la maggior parte dei comportamenti dei pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità vengono assunti come reazione ad un genitore freddo ed esigente che il bambino deve rabbonire per evitare punizioni verbali o fisiche. Il primo passo verso la guarigione emotiva consiste, dunque, nel rendere il paziente capace di riconoscere apertamente il carattere di queste prime esperienze di apprendimento, così da sviluppare una dose di tenerezza e di compassione per il bambino che lui o lei era una volta. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>La <strong>terapia di coppia</strong> risulta assai utile nel trattamento di problematiche sessuali che frequentemente si riscontrano nei pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Nel contesto sessuale, infatti, molte delle problematiche di tali pazienti possono essere facilmente identificate: le lotte per il potere si manifestano nell’incapacità di pazienti donne a rinunciare al controllo sessuale (spesso con conseguente anorgasmia); nello stesso tempo, i pazienti uomini probabilmente interpreteranno qualsiasi mancanza di sottomissione alle loro avances sessuali come una conquista del controllo, se non un rifiuto, da parte della loro partner. Il terapeuta può aiutare a mediare la comunicazione, evidenziando che la riluttanza sessuale (così come di altro tipo) può essere una conseguenza di differenze nel desiderio, e non necessariamente di una volontà di controllare o dominare. La terapia sessuale potrebbe aiutare ad interagire in modo meno controllato e più aperto attraverso la pratica di “esercizi” sessuali. Prescritte dal terapeuta, tali procedure richiedono che il paziente segua le istruzioni (cosa in cui il compulsivo è abile) e quindi, paradossalmente, che si sottometta al partner (come il dottore ha ordinato!).</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>La <strong>terapia familiare</strong> si pone l’obiettivo di riunire i membri della famiglia, appianando i disaccordi e permettendo l’espressione di sentimenti a lungo repressi. Per i pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, tuttavia, può risultare assai problematico parlare delle proprie difficoltà relazionali, a causa della loro tendenza a dominare gli altri membri della famiglia; questo da una parte può impedire una risoluzione soddisfacente di questioni di vecchia data, dall’altra può far sì che i problemi di tipo relazionale possano addirittura aggravarsi. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Una forma differente di terapia familiare, invece, incoraggia un contatto giocoso tra il paziente, il suo coniuge e gli eventuali figli, enfatizzando ricompense inerenti attività non orientate al dovere e sollecitando atteggiamenti spontanei.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>La <strong>terapia di gruppo</strong> può risultare complessa con i pazienti che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, in quanto da una parte essi rifiutano di interagire in maniera espansiva con gli altri membri del gruppo e di condividere spontaneamente pensieri e sentimenti, dall’altra tendono a dominare ed a controllare le discussioni. D’altro canto, la terapia di gruppo potrebbe attenuare con successo l’impatto problematico di tali pazienti, consentendo loro di esplorare i problemi presentati in un contesto di confronto e di arricchimento, piuttosto che semplicemente parlarne. </em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>L’<strong>intervento farmacologico</strong> con i pazienti che soffrono di un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, se necessario, include generalmente l’uso di farmaci <span style="text-decoration: underline;">ansiolitici</span>ed <span style="text-decoration: underline;">antidepressivi</span>, ma preferibilmente integrati con una psicoterapia. Il vantaggio della somministrazione di farmaci sta nel fatto che, alleviando l’ansia e la depressione che contribuiscono alla persistenza dei sintomi, i pazienti si mostrano più collaborativi e cooperativi, consentendo al terapeuta di intaccare la loro rigida struttura di personalità.</em></span></p>
<h3><span style="color: #b86846;"><em>Il trattamento cognitivo-comportamentale</em></span></h3>
<p><span style="color: #b86846;"><em>Nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale del disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, gli obiettivi del trattamento vengono concordati in collaborazione tra paziente e terapeuta; di conseguenza, essi risultano diversi da paziente a paziente. In genere, la terapia si pone l’obiettivo ultimo di alleviare le sofferenze del paziente, raggiungendo quei cambiamenti necessari a consentirgli di vivere una vita più serena ed appagante.</em></span><br />
<span style="color: #b86846;"><em>Nello specifico, i fondamentali obiettivi che ci si prefigge di raggiungere con il paziente sono:</em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b86846;"><em>favorire la consapevolezza e l’accettazione dei propri stati d’animo e delle proprie emozioni;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>ridurre gli stati negativi di abbattimento, irritabilità, ansia, ecc.;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>diminuire la tendenza ad evitare situazioni che sono al di fuori della routine quotidiana;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>apprendere strategie efficaci per la gestione delle situazioni problematiche;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>favorire la flessibilità su questioni di moralità ed etica;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>abbassare standard di prestazione eccessivamente elevati;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>aumentare la capacità di rilassarsi in attività di svago;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>sviluppare l’abilità di instaurare relazioni più rilassate, informali, ed intime;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>abbandonare condotte compiacenti da una parte, dominanti dall’altra.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #b86846;"><em>Il metodo utilizzato per il raggiungimento di tali obiettivi comprende:</em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b86846;"><em>l’individuazione, la messa in discussione e la successiva modificazione delle convinzioni di base circa se stessi ed il mondo;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>l’identificazione e l’interruzione dei circoli viziosi che si instaurano tra emozioni, pensieri e comportamenti;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>l’uso della relazione terapeutica come contesto nel quale essere se stessi e sperimentare un’accettazione incondizionata da parte del terapeuta, che incoraggia e favorisce l’accettazione di sé;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>l’uso di tecniche di rilassamento;</em></span></li>
<li><span style="color: #b86846;"><em>la graduale esposizione alle situazioni temute.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #b86846;"><em>E’ in corso di sviluppo il modello di <strong>terapia metacognitivo-interpersonale</strong> per il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.</em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #b86846;"><em>Articolo tratto da www.terzocentro.it</em></span></p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/il-disturbo-ossessivo-compulsivo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Come aiutare una persona depressa</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/come-aiutare-una-persona-depressa/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/come-aiutare-una-persona-depressa/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 14:07:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicopatologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=254</guid>
		<description><![CDATA[Nessuno mi ama”, “Mi sento solo”, “Nelle relazioni con gli altri sono sempre io quella che da e mai quella che riceve”, queste considerazioni negative sulle proprie relazioni interpersonali sono tipiche della depressione. La depressione, infatti, è un disagio psicologico che interferisce significativamente sul funzionamento sociale della persona depressa: chi è depresso ha spesso il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #b1754e;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-255" title="aiutare depressione" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2012/11/aiutare-depressione.jpg" alt="" width="146" height="220" /></em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em>Nessuno mi ama”, “Mi sento solo”, “Nelle relazioni con gli altri sono sempre io quella che da e mai quella che riceve”, queste considerazioni negative sulle proprie relazioni interpersonali sono tipiche della depressione.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> La depressione, infatti, è un disagio psicologico che interferisce significativamente sul funzionamento sociale della persona depressa: chi è depresso ha spesso il vissuto che a nessuna delle persone che lo circondano importi qualcosa di lui, e che nessuno possa capirlo e aiutarlo.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Anche quando la realtà si rivela ben diversa e il depresso è circondato da amici e familiari affettuosi e ben disposti nei suoi confronti, si sente ugualmente solo e non amato.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> D’altra parte, poche cose possono incidere negativamente in un rapporto come una prolungata depressione.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Chi è depresso desidera ardentemente l’affetto degli altri ma stesso tempo tende a respingerli, chiudendosi in se stesso oppure svalutando quello che gli altri fanno per lui.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Spesso il partner e i familiari della persona depressa hanno la sensazione che più fanno meno il loro aiuto venga apprezzato: anzi il depresso, lungi dall’essere grato per le premure di cui è oggetto, sprofonda sempre di più nel suo stato depressivo.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> In altri casi il depresso può irritarsi verso la persona che cerca di aiutarlo sentendo che l’affetto che gli viene offerto è troppo poco, troppo tardi e comunque non basta per salvarlo dall’inferno che sta vivendo.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> E’ per questo motivo che le persone che stanno accanto ad un depresso, sopratutto se si tratta di una prolungata depressione, possono ad un certo punto cominciare a provare nei suoi confronti dei forti sentimenti negativi come rabbia, fastidio, impotenza e senso di colpa.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Questi sentimenti vanno accettati, sapendo che sono assolutamente normali e sono la prova dell’affetto che ci lega alla persona depressa.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em>Se invece si rifiutano questi sentimenti perchè inaccettabili, si rischia di “agirli” diventando indifferenti e insensibili verso la persona che sta male.</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Perché stare vicino ad una persona depressa è così difficile?<br />
</strong>La depressione influenza negativamente tutte le relazioni interpersonali, tuttavia più la relazione è intima più diventa difficile e doloroso relazionarsi ad una persona depressa: ad un amico o ad un collega possiamo “perdonare” facilmente una depressione, ma se a stare male è il partner, o peggio ancora un genitore, non è facile essere obiettivi.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Infatti, più siamo coinvolti emotivamente, più lo stato depressivo del nostro caro ha il potere di spaventarci e di ferirci profondamente.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Nel prossimo paragrafo descriverò brevemente alcune dinamiche psicologiche che possono scattare in una relazione con una persona depressa.</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Quali sentimenti si provano in una relazione con una persona depressa? </strong></em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Hai la sensazione di non riconoscerlo più.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Hai la sensazione di trovarti davanti ad un perfetto estraneo.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Lui o lei sembrano diventati un’altra persona: una persona negativa, apatica, indifferente a tutto e in alcuni casi, irritabile e sempre di cattivo umore.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Ovviamente questo cambiamento ti disorienta e non ti piace, continui a chiederti che fine ha fatto il tuo caro e se l’individuo distruttivo e spento che ha preso il posto della persona a che conoscevi e amavi, se ne andrà un bel giorno.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Vorrei rassicurarti su questo punto: la depressione è un disturbo psicologico perfettamente curabile e guaribile.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Il cambiamento di personalità del tuo caro è solo temporaneo: non appena avrà superato l’episodio depressivo, tornerà come prima o anche meglio (molte persone escono dalla depressione rafforzate e più mature).</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Dispiacere e senso di colpa.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Nel vedere una persona a cui vogliamo bene andare alla deriva proviamo un profondo senso di pena e di dispiacere: soffriamo nel vederli soffrire.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Se siamo molto legati alla persona depressa, specialmente se si tratta di un rapporto genitore- figlio, ci possono essere dei sensi di colpa.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Noi tutti tendiamo a sentirci responsabili del benessere delle persone che amiamo e, di conseguenza, possiamo sentirci parzialmente responsabili della loro infelicità.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Questa convinzione si traduce nella sensazione di non fare abbastanza per aiutare e rendere felice la persona che sta male.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Purtroppo non è in nostro potere ridare alla persona che sta soffrendo la gioia di vivere e la fiducia nella vita, soprattutto se il depresso è un genitore.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> La depressione è un disagio che dipende da un interazione di cause psicologiche, biologiche e sociali e da eventi scatenanti ( un lutto, la menopausa, un licenziamento, condizioni di vita sfavorevoli, ecc.).</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Detto in altri termini: persona depressa sta male per una serie di motivi che hanno poco a che fare con noi e molto a che fare con il suo assetto psicologico e biologico.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Quello che noi possiamo fare è <strong>stare vicini alla persona che soffre, ma senza attribuirci la responsabilità del suo malessere </strong>(a meno che il depresso sia stato gravemente danneggiato da un nostro comportamento).</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Si prova la sensazione di sentirsi respinti e rifiutati </strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Spesso il depresso ferisce i sentimenti delle persone che gli stanno accanto senza nemmeno accorgersene.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> La depressione è caratterizzata dalla diminuzione della capacità di provare amore e gioia: chi è depresso in modo grave non sente più niente verso le persone che un tempo gli erano care ma l’amore viene sostituito da una profonda indifferenza verso tutto e tutti.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> La depressione comporta, inoltre, un ripiegamento su se stessi e i propri problemi.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Proprio per questo, essere il figlio o il partner di una persona depressa è dolorosissimo e può favorire la sensazione di scontrarsi contro un muro di gelida indifferenza.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Se il depresso è uomo può manifestare la sua depressione con cattivo umore e irritabilità e può farci capire che la nostra presenza, lungi dall’essergli d’aiuto, gli da solo fastidio.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Di conseguenza, noi possiamo sentirci respinti ingiustamente , non amati ed esclusi dalla sua vita.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Un altro tipo di depresso appartiene al genere “drogato d’amore”: ci sommerge con i suoi problemi senza il minimo riguardo per le nostre esigenze e ci chiede in continuazione attenzione, appoggio e consigli salvo poi svalutare sistematicamente tutto quello che facciamo per lui/lei.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Prima di rimanere sconvolto dall’egoismo della persona depressa, bisogna ricordare che si tratta di una persona in una condizione di sofferenza psicologica inimaginabile per chi non ha mai sofferto di disturbi dell’umore.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> E purtroppo il dolore rende egoisti.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Prova a pensare a come ti senti quando stai molto male fisicamente, per esempio hai il mal di denti o una colica.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Probabilmente, quando hai un terribile mal di denti, stai troppo male per preoccuparti del benessere delle persone che ti stanno attorno.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Lo stesso discorso vale per la depressione e qui bisogna ricordare che le malattie dell’anima comportano una sofferenza di tipo diverso ma non inferiore a quella di una malattia fisica.</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Rabbia</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Hai la sensazione che il tuo caro stia facendo una tragedia di una piccolezza e ti fa rabbia che non sappia reagire.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Tu hai la sensazione che si pianga addossa e che faccia poco o niente per star meglio.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Lui/lei è diventato una persona completamente diversa, una persona che non ti piace e tu puoi sentirti tradito o imbrogliato.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Non sentirti in colpa per la rabbia che provi: è un sentimento perfettamente naturale che dimostra quanto tu sia emotivamente legato alla persona depressa.</em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Se a essere depresso fosse una persona che tu conosci solo di vista, per esempio una persona che vedi tutti i giorni sull’autobus, probabilmente affronteresti la situazione in modo più distaccato. Bisogna capire che la persona depressa non può uscire dalla sua condizione grazie alla forza di volontà: se la persona depressa avesse forza di volontà e potesse prendere delle iniziative, allora non sarebbe depressa!</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em>La riluttanza a farsi curare è un altro aspetto della depressione. Il depresso ha la sensazione di essere un caso senza speranza, che le cure non servano a nulla e che il suo futuro sarà senza prospettive e senza gioia. Questi sentimenti di pessimismo, di impotenza, di sfiducia nella vita e nelle persone sono aspetti centrali della depressione. Inoltre il rifiuto delle cure, può nascondere un inconscio bisogno di punirsi a causa di forti sensi di colpa.</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Sensazione di impotenza.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Di fronte al negativismo della persona depressa, puoi sentirti contagiato dalla sua angoscia. Se nel tuo carattere ci sono delle tendenze depressive, queste possono essere risvegliate dalla frustrante relazione con la persona depressa. E’ anche comune la sensazione di non saper cosa fare, come aiutare una persona che amiamo e che vediamo chiusa in un bozzolo di sofferenza e disperazione.</em></span></p>
<p><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Che cosa fare e che cosa non fare con una persona depressa.</strong></em></span></p>
<ol>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Non sdrammatizzare.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Evita le rassicurazioni facili del tipo: “vedrai che ogni cosa andrà per il meglio”, evita anche di minimizzare o di sdrammatizzare. Anche se le intenzioni sono buone, il depresso si sentirà non capito e si chiuderà ancora di più in se stesso.</em></span></li>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Evita le prediche.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Meglio evitare anche le esortazioni all’ottimismo, o il classico consiglio di “tirarsi su”. Questi atteggiamenti, non sono solo controproducenti perché contribuiscono a colpevolizzare una persona che si colpevolizza già abbastanza di suo, ma sono anche perfettamente inutili. Dire ad un depresso di “tirarsi su” è come dire ad una persona con una gamba rotta di alzarsi e di camminare. Non si ricorderà mai abbastanza che la depressione è disagio psicologico che annulla la capacità di volere e di prendere delle iniziative.</em></span></li>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Cerca di essere empatico.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Un atteggiamento di ascolto, rispetto ed empatia è la soluzione che funziona meglio. Solo quando il depresso si sente ascoltato e capito, può cominciare a vedere la situazione in modo più obiettivo.</em></span></li>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Dai informazioni e appoggio.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Le prediche e i consigli servono a poco, meglio invece informarsi su centri, terapie e specialisti per la depressione. Dal momento che la persona depressa è incapace di attivarsi da sola, noi possiamo giocare un ruolo importante nel suo processo di guarigione. Questo può voler dire dare un aiuto concreto: per esempio, telefonare e accompagnare il depresso alla visita…</em></span></li>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Impara a dare dei limiti.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Stare vicini ad una persona depressa può essere difficile. Alcuni depressi chiedono costantemente amore e attenzioni: ti trattengono ore al telefono, telefonano a tutte le ore del giorno e della notte, pretendono che tu siate sempre a disposizione. Nei casi più gravi, alcune persone depresse possono utilizzare, inconsciamente, la carta del ricatto emotivo: ti fanno capire che soltanto tu puoi salvarli dal suicidio e , che basta un tuo gesto sbagliato per peggiorare le loro condizioni psicologiche e far loro commettere un atto irreparabile. E’ importante che tu non cada in questa trappola. Impara a porre alla persona depressa dei limiti, in questo modo non solo tutelerai il tuo benessere psicologico, ma anche aiuterai il depresso a superare la sua condizione. Di solito, una persona in uno stato depressivo tende ad affidare agli altri la responsabilità della sua vita e della sua felicità. Il messaggio che tu dovete trasmettere alla persona che sta male è che tu le vuoi bene e sei sinceramente interessato al suo benessere, ma è lui che deve fare il possibile per stare bene.</em></span></li>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Proponi al depresso delle attività piacevoli e divertenti.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Al 99% un depresso non è di compagnia, o tace, perso in tetri pensieri o ti affligge con interminabili monologhi sui suoi problemi. Insomma, la conversazione del depresso è piuttosto ripetitiva e noiosa. Per strappare la persona depressa alle sue rimuginazioni e allo, stesso tempo, salvare la tua salute mentale, organizza attività ricreative e divertenti. Vai con il depresso a far shopping, a teatro, al cinema, in discoteca, in palestra, a fare una passeggiata, ecc… Anche se non puoi aspettarti che il depresso partecipi con entusiasmo, il solo fatto di fare qualcosa di diverso dalla solita routine contribuirà a migliorare il suo umore.</em></span></li>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Trovati delle valvole di sfogo.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Star vicini ad una persona che sta male è molto, molto difficile. Soprattutto se c’è un legame emotivo molto forte, potresti sentirvi travolti dalla sua disperazione e dalla sua sfiducia nella vita. Se vuoi veramente aiutare l’altra persona, devi tutelarti e stare attento a non superare i tuoi limiti psicologici. Questo vuol dire trovarti delle valvole di sfogo, frequentare persone positive, “staccare la spina”. Trovare delle attività e degli spazi che ti gratifichino è molto importante e ti permette di avere con il depresso un rapporto migliore.</em></span></li>
<li><span style="color: #b1754e;"><em><strong>Usa la tecnica del paradosso.</strong></em></span><br />
<span style="color: #b1754e;"><em> Il depresso si lamenta? Non cercare di tirarlo su, mostrati invece più negativo di lui, parlando con toni di esagerato pessimismo della vita e dei rapporti umani. Alcuni psicologi di origine sistemica hanno utilizzato questa tecnica con depressi non gravi, ottenendo dei risultati significativi. Quando lo psicologo si mostrava più depresso del paziente, in terapia si verificava un inversione dei ruoli: il paziente cercava di consolare lo psicologo, e così facendo, il suo modo di vedere la vita cambiava radicalmente e il suo umore migliorava</em></span></li>
</ol>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #b1754e;"><em>Articolo tratto da www.nienteansia.it</em></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/come-aiutare-una-persona-depressa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Come riconoscere un Attacco di Panico</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-attacco-di-panico/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-attacco-di-panico/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 14:04:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicopatologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=251</guid>
		<description><![CDATA[Si presenta all’improvviso, senza dare alcun avvertimento. Il cuore inizia a battere forte, il respiro si fa sempre più corto e veloce…un’ondata tremante di paura invade il corpo e la mente.  “Ma cosa mi sta succedendo?”. Una vertigine che ti fa sbandare, un nodo alla gola che ti blocca il respiro e un senso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><span style="color: #b4774b;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-252" title="panico" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2012/11/panico.jpg" alt="" width="152" height="196" /></em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em>Si presenta all’improvviso, senza dare alcun avvertimento. Il cuore inizia a battere forte, il respiro si fa sempre più corto e veloce…un’ondata tremante di <strong>paura</strong> invade il corpo e la mente.  “Ma cosa mi sta succedendo?”.</em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em>Una vertigine che ti fa sbandare, un nodo alla gola che ti blocca il respiro e un senso di nausea incontrollabile ti avvolgono nella frazione di un secondo. La paura inizia a prendere forme sempre più terrificanti, non riesci a capire dove sei e chi sei…”Aiuto ho perso il controllo,  sto impazzendo”…”oddio, no…sto morendo”.</em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em>Questo è ciò che si può provare quando si ha un <strong>attacco di panico</strong>.</em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em>I sintomi si sviluppano e raggiungono il picco di intensità nel giro di 10 minuti, dopo di che, tutto pare tornare alla normalità. Dico pare perché chiunque abbia mai provato un attacco di panico, sa quanto sia cambiata la propria vita da quel momento.</em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em>Si vive nell’<strong>ansia anticipatoria</strong> del prossimo improvviso attacco; si evitano tutti i luoghi, le situazioni, le persone, che vengono associati e ricollegati al primo episodio di panico; si è sempre all’ascolto e in allerta di ogni singola percezione che proviene dal corpo.</em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em>L’<strong>ansia</strong> costante che impregna da quel momento la quotidianità, ci spinge ad <strong>evitare</strong> tutto ciò che ci appare <strong>pericoloso</strong>: prendere la macchina per andare a lavoro; uscire a cena fuori con amici o andare in locali affollati. Nasce e aumenta velocemente la percezione di essere <strong>fragili</strong>, di non riuscire più a <strong>controllare</strong> niente e quindi di vivere nell’<strong>incertezza</strong> più assoluta. Sfido chiunque a trovarsi in una <strong>simile situazione e non avere paura. Il nodo cruciale sta proprio nel circolo vizioso che si instaura tra emozione, percezione e cognizione: l’ansia di provare nuovamente quelle brutte sensazioni porta ad essere costantemente attenti ad ogni minima percezione corporea, ma tale stato di allerta aumenta l’ansia con tutte le sue manifestazioni fisiche</strong> (ovvero la tachicardia, il respiro corto e veloce, la sudorazione, le vertigini, i tremori, ecc.). Ecco che queste percezioni corporee avvalorano la preoccupazione di un nuovo attacco imminente, con la conseguenza di avere ancora più paura e quindi di provocare il malessere tanto scongiurato.</em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em><strong>Ma è possibile interrompere questo circolo negativo? E soprattutto è possibile guarire e non avere più attacchi di panico? La risposta è sì! </strong></em></span></p>
<p><span style="color: #b4774b;"><em>Il primo passo da fare è quello di rivolgersi ad un professionista, Psicologo o Psicoterapeuta, che vi aiuta a capire <strong>il significato e il senso</strong> che l’attacco di panico ha per voi in quel momento della vostra vita. <strong>Lo Psicologo</strong>:</em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b4774b;"><em>· <strong>vi capisce</strong>, perché spesso chi ci circonda non riesce a farlo se non ha provato quello che avete provato voi;</em></span></li>
<li><span style="color: #b4774b;"><em>· <strong>vi accoglie</strong>, ascoltando le vostre paure senza giudicarvi e senza farvi sentire “stupidi” o “deboli”;</em></span></li>
<li><span style="color: #b4774b;"><em>· <strong>vi rassicura</strong>, spiegandovi che l’ansia è la normale reazione a qualcosa che pensiamo essere per noi pericolosa e ci mette nelle condizioni fisiche idonee per poter scappare dal pericolo;</em></span></li>
<li><span style="color: #b4774b;"><em>· <strong>vi accompagna</strong> in un processo di comprensione del sintomo, aiutandovi a riflettere su ciò che vi spaventa e perché;</em></span></li>
<li><span style="color: #b4774b;"><em>· <strong>vi sostiene</strong> nel prendere consapevolezza delle risorse che avete e che potete utilizzare per cambiare la situazione.</em></span></li>
</ul>
</div>
<div style="text-align: right;"><span style="color: #b4774b;"><em> Articolo tratto da www.nienteansia.it</em></span></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-attacco-di-panico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Depressione post partum: Maternity Blues – Mamme nel buio</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-depressione-post-partum-maternity-blues/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-depressione-post-partum-maternity-blues/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 13:59:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicopatologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=247</guid>
		<description><![CDATA[Sono diversi i disturbi psichici che possono comparire dopo la gravidanza; in questo articolo pongo l’attenzione sul Maternity Blues, una forma clinica di depressione temporanea e passeggera, che si manifesta nella donna dopo la nascita del figlio. E’ una sindrome che fa riferimento alla tristezza del dopo parto. Si tratta di una sintomatologia che colpisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #b0744f;"><em><img class="aligncenter size-full wp-image-248" title="depressione post parto" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2012/11/depressione-post-parto.jpg" alt="" width="240" height="144" /></em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em>Sono diversi i disturbi psichici che possono comparire dopo la gravidanza; in questo articolo pongo l’attenzione sul <strong>Maternity Blues, </strong>una forma clinica di depressione temporanea e passeggera, che si manifesta nella donna dopo la nascita del figlio. E’ una sindrome che fa riferimento alla tristezza del dopo parto. Si tratta di una sintomatologia che colpisce circa il 70% delle neomamme, ed è caratterizzata da:</em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>facilità al pianto, che rappresenta il sintomo centrale</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>stanchezza fisica</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>tendenza all’umore depresso</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>ansia</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>irritabilità</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>difficoltà a prendere sonno o a rimanere svegli</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>cefalea</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>diminuzione della capacità di concentrazione</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>difficoltà elevata nel pensiero</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>senso di inadeguatezza</em></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #b0744f;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em>La sintomatologia è evidente verso il 3°- 4° giorno dopo il parto ed ha una durata di una settimana circa, entro la quale si risolve completamente, soprattutto se la donna viene aiutata e sostenuta emotivamente, psicologicamente e materialmente da chi le sta intorno: il compagno, i parenti più stretti, il personale medico nelle prime ore in ospedale. <strong>Il compagno è la figura di sostegno fondamentale in questa fase, </strong>con la sua presenza, vicinanza, appoggio e amore, la fa sentire accolta, sostenuta, confortata, amata e desiderata, permettendole di prendersi pienamente cura del bambino.</em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em>In alcuni casi però, il maternity blues può avere una diversa evoluzione che comprende:</em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>la presenza di una sintomatologia più marcata e duratura che supera i quindici giorni dopo il parto;</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>l’evoluzione della sintomatologia in un quadro depressivo vero e proprio</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>una rapida trasformazione del maternity blues nella psicosi post partum che colpisce due madri su mille, caratterizzata da idee deliranti, allucinazioni, vissuti persecutori, stato confusionale della coscienza, atti aggressivi contro se stessa o il neonato, omicidio- suicidio.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #b0744f;"><em><strong>Il maternity blues si può considerare non tanto una malattia, quanto piuttosto una reazione fisiologica, anche se la “banalità” del quadro clinico non deve portare a sottovalutarla, perché può evolvere in forme psicopatologiche più gravi, come appena descritto.</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em><strong>Fattori che risultano associati alla comparsa del maternity blues.</strong></em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em>Esistono diversi fattori che comportano il maternity blues; <strong>alcuni sono fattori</strong> <strong>con aumento di rischio:</strong> </em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>fattori biologici (ossia lo sconvolgimento ormonale dopo il parto)</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>sindrome premestruale</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>prima gravidanza</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>depressione in gravidanza</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>difficoltà di allattamento naturale</em></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #b0744f;"><em><strong>altri sono fattori senza aumento di rischio:</strong> </em></span></p>
<ul>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>fattori socio- ambientali</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>precedenti disturbi psichici</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>ospedalizzazione</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>difficoltà ostetriche</em></span></li>
<li><span style="color: #b0744f;"><em>patologia neo-natale</em></span></li>
</ul>
<p><span style="color: #b0744f;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em><strong>A chi chiedere aiuto. </strong></em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em>Primo punto di riferimento per le mamme in difficoltà dovrebbero essere i parenti che possono aiutare la donna a ritrovare la sua serenità dando, eventualmente, anche un aiuto pratico nella cura del bambino, soprattutto nei primi tempi; dall’altra possono far capire alla neomamma che nessuno nasce esperto e che anche lei, un po’ alla volta, può imparare ad essere una madre “sufficientemente buona”. (D. Winnicot)</em></span><br />
<span style="color: #b0744f;"><em> Esistono i consultori ai quali possono rivolgersi le mamme e le famiglie in difficoltà, dove sarà possibile trovare tutta l’assistenza di cui si ha bisogno.</em></span><br />
<span style="color: #b0744f;"><em> E’ possibile usufruire anche di varie associazioni (in alcuni casi presenti già all’interno delle strutture ospedaliere) nate proprio con lo scopo di venire incontro alle esigenze delle donne che hanno appena partorito guidandole e sostenendole in caso di bisogno.</em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em>E’ utile confrontarsi con donne che hanno vissuto la stessa situazione.</em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #b0744f;"><em><strong>Quando lo stato di salute di una mamma, dopo il parto, evolve in una condizione psicologica grave, bisogna rivolgersi, ai servizi di assistenza sociale per salvaguardare la vita del bimbo e agli specialisti della salute mentale (pubblici o privati) per la cura della donna. Entrambi gli interventi sono fondamentali e necessari per garantire la vita e il benessere alla mamma e al figlio.</strong></em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #b0744f;"><em>Articolo tratto da www.nienteansia.it</em></span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-depressione-post-partum-maternity-blues/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Vecchie e nuove dipendenze</title>
		<link>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-dipendenze/</link>
		<comments>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-dipendenze/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 09 Nov 2012 21:08:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicopatologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.psicoinsieme.it/?p=220</guid>
		<description><![CDATA[Il momento socio-culturale che stiamo vivendo sembra essere quello in cui le correnti classificazioni, categorizzazioni e tipologie non sono in grado di reggere alla lettura del reale da parte di nuovi strumenti di analisi a cui prima non si faceva ricorso. Cosicché il maggiore spazio offerto alla ricerca permette ora di formulare nuove ipotesi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="color: #b5774a;"><img class="aligncenter size-full wp-image-221" title="vecchie nuove dipendenze" src="http://www.psicoinsieme.it/wp-content/uploads/2012/11/vecchie-nuove-dipendenze.jpg" alt="" width="266" height="189" /></span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Il momento socio-culturale che stiamo v</span><span style="color: #b5774a;">ivendo sembra essere quello in cui le correnti classificazioni, categorizzazioni e tipologie non sono in grado di reggere alla lettura del reale da parte di nuovi strumenti di analisi a cui prima non si faceva ricorso. Cosicché il maggiore spazio offerto alla ricerca permette ora di formulare nuove ipotesi a partire dagli stimoli provenienti dalle cosiddette “zone grigie”.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La distinzione socio-culturale tra generazioni “asciutte”, contrapposte a quelle “bagnate”, tra paesi legati al vino, alla birra o ai superalcolici, è ormai divenuta, da un punto di osservazione prettamente sociologico, priva di senso. Anzi, trascurando le più recenti acquisizioni antropologiche sugli scambi, sta avvenendo, forse, una sorta di grossolana inversione di ruoli, sia pur all’interno di significativi fattori di continuità, relativi alla socializzazione al bere, che resta pur sempre “socialmente indotta, socialmente controllata, socialmente rilevante”.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Quali sono le categorie adatte a rappresentare le trasformazioni  degli stili del bere, in che termini e con quale linguaggio esprimerle? L’onestà intellettuale impone prudenza e riconosce la difficoltà descrittiva del nuovo senza ricorrere a vecchie espressioni, e dunque la resistenza a liberarsi di concezioni superate, per approdare alle idonee innovazioni.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Uno dei dati più significativi emersi dagli studi attuali è il mutamente delle culture del bere, che, a seconda dei paesi può riguardare gli elementi principali del consumo, quali, per esempio, gruppi, forme di controllo, preferenze, frequenza, funzione, contesto e situazione.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La prima distinzione si basa sul tipo di bevanda che tradizionalmente è consumata in misura prevalente: vino, birra e superalcolici rispettivamente per Europa meridionale, centrale e settentrionale. In area mediterranea, e quindi nei paesi del vino, la parte preponderante delle bevande alcoliche consumate continua a essere costituita dal vino, anche se il volume di consumo è diminuito drasticamente, fin quasi a dimezzarsi, lasciando spazio a nuovi significati relativi a tale consuetudine di ingestione. I paesi della birra hanno aumentato percentualmente il consumo del vino, mentre i paesi che abitualmente si dedicavano ai superalcolici, adesso oscillano tra birra e vino.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Eppure questa che sembra una semplice instabilità di vocabolario si riflette sulle difficoltà di classificazione nelle categorie tuttora a disposizione.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La seconda classica distinzione divide le culture e le generazioni “bagnate” da quelle “asciutte”, in riferimento alle abitudini di consumi, quindi corrispondendo a categorizzazione più ampia di quella dettata dal solo livello. Le culture bagnate del mediterraneo infatti sono tipicamente caratterizzate da grandi quantità di consumi, frequenti e piuttosto estesi, con alta incidenza di problemi determinati da questo consumo elevato e costante, ma anche da un basso livello di intossicazioni alcoliche, come da piccole minoranze di astemi e scarsa pressione da parte di movimenti di temperanza. Le profonde differenze rispetto ai sistemi di controllo sociale sul bere sono basilari nella distinzione tra culture bagnate mediterranee e quelle asciutte dei paesi anglofoni e nordici, in cui le caratteristiche sopra esposte si situano sostanzialmente all’opposto (Room R., Mäkelä K. 2000).</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Una terza classificazione sembra prestare maggiore attenzione agli usi delle bevande, in relazione a caratteristiche materiali e dei contesti di assunzione delle stesse. In alcune culture gli alcolici hanno fornito un importante apporto calorico giornaliero, entrando a pieno titolo a far parte integrante della dieta alimentare, come la mediterranea. In altri contesti, sono stati associati quasi esclusivamente all’intossicazione del fine settimana, di feste e celebrazioni varie, in quanto bene di lusso e quindi raro. Anche queste classificazioni sono state indebolite dal moderno stile di vita, dal radicale mutamento della struttura familiare, dalla concentrazione urbana.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Per le persone che ai problemi alimentari uniscono l’abuso di alcol  è stata coniata la definizione “drunkoressia” che affianca l’anoressia all’ubriacatura. L’abuso, a volte impiegato per indurre il vomito dopo una crisi bulimica, finirebbe col divenire l’unica fonte di calorie. Alcolismo e disturbi alimentari presentano caratteristiche comuni, perché chi tende ad abusare è naturalmente portato ad abusare di tutto e di più, e quindi ancora di altro. Gli alcolisti, come i bulimici, sono spesso anche anoressici e lo stomaco ricolmo di liquidi risulta più facilmente svuotabile.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La maggior parte dei disturbi che associano cibo e alcol riguardano adolescenti di sesso femminile, poiché le giovani donne, quanto ad abuso di alcolici, superano i loro coetanei, di cui solo un quarto dichiara di ubriacarsi almeno una volta l’anno. La drunkoressia si connota pertanto quale disturbo di genere e d’età, a partire da un disagio psicologico, riconducibile a pressioni sociali ed equivoci messaggi pubblicitari che associano il bere al successo. L’assunzione di valore di relazione sociale, invece che di consumo alimentare, con il concomitante abbandono della dieta mediterranea, avvenuto circa tre lustri addietro, e l’introduzione dell’aperitivo a determinate ore, assieme all’assaggio di antipasti estremamente grassi, ha contribuito a completare il mutamento di stile nel bere.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Laddove prima non sarebbero mai stati previsti, sembra si siano ora diffusi alcuni stili del bere giovanili, come il binge drinking, definizione di Henry Wechsler (1994) coniata per indicare il consumo, in una singola occasione, di 4, o 5, drink, rispettivamente per femmine e maschi, di difficile comparazione però, sia per quanto riguarda il significato specifico per l’ambiente anglosassone, sia per quanto riguarda le unità alcoliche (8 grammi per la Gran Bretagna, 14 per gli Stati Uniti). I cambiamenti nei diversi valori d’uso sono comunque da considerare un indicatore molto significativo di mutamento di stile e di relazione.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">“I nostri anni hanno accelerato, come in altri aspetti del vivere, le diversificazioni sia sul piano tossicologico, con le droghe sintetiche e l’espansione del consumo di cocaina, sia sul versante interpretativo: sono gli anni della cultura dell’addiction; delle dipendenze patologiche; all’interno di uno stesso spettro, vengono riconosciute diverse forme di comportamento compulsivo (gioco, shopping,, internet, disturbi alimentari). – ammette Alessandro Dionigi in “Vecchie e nuove dipendenze” (Clueb, Bologna 2010) – Emerge la tendenza alla consumopatia come sfondo del vivere, come elemento non secondario della civiltà ipermoderna in cui esistiamo. Il fenomeno droga invade la popolazione globale, molti soggetti che la consumano si collocano in una quotidiana normalità e non si riconoscono in rappresentazioni e spiegazioni degli anni precedenti”.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Che gli alcolisti non siano tutti uguali è ormai noto da tempo e pertanto non vanno trattati allo stesso modo, bensì a seconda delle caratteristiche della loro dipendenza, come anche di quelle del loro patrimonio genetico. Non funzionando su tutti allo stesso modo i farmaci che inducono diminuzione del desiderio di alcolici, si è pensato di mettere a punto terapie personalizzate in base al dna. La soluzione proposta è quella di impiegare farmaci mirati su specifiche tipologie riconducibili a particolari varianti genetiche.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">I figli di genitori alcolizzati hanno una probabilità quattro volte più elevata di sviluppare problemi d’alcolismo, anche quando venissero adottati da famiglie di astemi. Per i figli maschi questa probabilità sale ancora di più, fino a nove volte.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Alcuni dei geni incriminati  si rintracciano all’interno dello stesso gruppo etnico. Un terzo della popolazione dell’Asia orientale presenta una variante genetica che comporta una rapida conversione dell’alcol in acetaldeide, responsabile di rossore, nausea e tachicardia, il che costituisce un ottimo deterrente al bere, al contrario di quanto avviene invece con i finlandesi.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Alcuni pazienti con due peculiari varianti di un gene legato al neurotrasmettitore serotonina avrebbero ridotto il loro consumo di alcolici assumendo una molecola antinausea (ondansetron), che, bloccando i recettori serotoninergici, diminuisce il senso di ebbrezza. Nei pazienti che dimostrano di avere una variante del gene per i recettori degli oppiodi, il rischio di ricaduta verrebbe frenato dal naltrexone, che intralciando i recettori degli oppioidi, riduce il desiderio di alcolici.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La complessità, comunque, della relazione tra geni e alcol viene suggerita dalla presenza di geni che determinano la velocità di metabolizzazione da parte del fegato, quelli che influenzano la reazione cerebrale al piacere o allo stress, oppure alla depressione o all’ansia.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Sostanzialmente, da quest’ultimo punto di vista, le principali categorie di riferimento potrebbero essere riconducibili alla dicotomia de: i prevalentemente ansiosi, che indugiano nel bere per calmare la sensazione di stress che li assale quando sono in astinenza, e quelli che invece traggono dall’alcool una sorta di gratificazione con sensazione di benessere e di potenza, alla quale non riescono più a rinunciare.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Le ultime novità farmacologiche per le diverse tipologie sono oggi ritenute parte integrante delle cure psichiatriche, da sole molto spesso insufficienti.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La categoria degli alcolisti meno stressati sembra abbia un particolare assetto genetico per quanto riguarda gli oppioidi  endogeni, i cui recettori sarebbero mutati rispetto a quelli della popolazione generale. Sono questi i malati che rispondono meglio a farmaci impiegati per altre dipendenze da oppiacei, come appunto il naltrexone. Incoraggianti sono i dati riguardanti i prodotti contro il tabagismo, tipo vareniclina, e anticonvulsivi, come il topiramato. Rimane eventualmente da stabilire la durata e le modalità del trattamento, che potrebbero limitarsi ai soli periodi di crisi o costituire profilassi a vita.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Per gli alcolisti ansiosi, soprattutto a causa dello stress, per i quali l’alcol svolge già di per sé funzione auto-terapica, il settore farmacologico più promettente punterebbe maggiormente all’intervento sui meccanismi fisio-patologici dello stress e, in particolare, sui circuiti dell’ormone corticotropin-realising factor (crf). Ma, in questo caso, siamo ancora a livello del tutto sperimentale con un antidepressivo, denominato LY686017, unico a interagire con crf.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">L’Italia si situa tra i paesi caratterizzati da una cultura del bere cosiddetta “bagnata”, ossia basata su di un prevalente consumo di vino accompagnato al cibo e in contesti di socializzazione. La riduzione del consumo sarebbe sopraggiunta con l’affermazione, negli anni 70, di una nuova organizzazione del lavoro (industrializzazione fordista) e del massiccio inurbamento, con cui sarebbe iniziato un processo di modernizzazione consumistica che verrà a completarsi con la progressiva riduzione delle professioni manuali a vantaggio di quelle impiegatizie.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Questo processo, secondo Pierre Bourdieu (1979), ha contribuito all’incremento delle rappresentazioni simboliche dei beni da acquistare, in rapporto pure alla diminuzione della loro durata d’uso, entrando così a interagire con entrambi i lati delle qualità della memoria: il ricordo e l’oblio.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">“Si tratta piuttosto di elementi costitutivi delle pratiche sociali e individuali e dei rituali contemporanei attraverso cui ricordiamo e dimentichiamo, al cui interno un ruolo di particolare rilievo giocano i rituali di consumo”, scrive, citando Mary Douglas e Baron C. Isherwood (1979), Roberta Bartoletti – “La memoria (culturale) delle cose: oggetti di consumo e contronarrazioni identitarie” – (in “La forza sociale della memoria”: a cura di Doni M. e Migliorati L., Carocci, Roma 2010).</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Tipicamente oggetto per dimenticare, in qualità di forma denaro, vettore principale dell’oblio, è ciò che si mercifica; consentendo un ancoraggio, oggetto per ricordare, è invece il feticcio. Diverse forme di feticci moderni che costellano le esperienze quotidiane si rapportano alla memoria del singolo, come alla cultura collettiva, mentre, nel caso della merce, l’aggancio si configura con la memoria sociale, nell’accezione di Niklas Luhmann (1991).</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Gli oggetti di consumo fuoriusciti dagli angusti confini della sfera domestica e privata, hanno assunto rilevanza pubblica, nella costruzione di identità collettive, prima che individuali, e la crescente rilevanza dell’esperienza del consumo, in relazione al ricordo e all’oblio, ha gravato sul ruolo della cultura materiale costituitasi negli ultimi cinquant’anni.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Allo snodo di questi avvenimenti si situa la generazione dei nati tra il 1937 e il 1940 : sono persone che, da piccoli, hanno vissuto in prima persona l’esperienza della guerra e, da adolescenti, hanno visto crescere il settore industriale a scapito dei lavoratori impegnati in agricoltura, venendo coinvolti nelle relative ondate migratorie. Intorno ai vent’anni, hanno vissuto in pieno boom economico, con aumento del reddito e conseguente incremento del potere d’acquisto. Il nuovo modello di produzione ha richiesto una ricomposizione dei tempi da dedicare al lavoro (costretto) o loisir (libero).</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La maggiore attenzione a stili di vita salutisti degli anni 80 avrebbe privilegiato prodotti di qualità, innescando meccanismi di informazione, esplorazione, acquisto ed espressione identitaria. La crescita del livello d’istruzione, la mobilità sociale, la trasformazione del’istituto familiare, con modificazioni di ruolo delle donne, le possibilità di scelta hanno colmato il resto del dinamismo scenico. La tendenza generalizzata, in relazione all’opzione di impiego, si avvia verso la convergenza con riduzione della bevanda tradizionale in favore della sovrapposizione delle novità, e in particolare della birra, in specie per le nuove generazioni.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Il cambiamento culturale più significativo del modello d’uso è quello che coinvolge il genere femminile, e le ragazze, nell’incremento di consumo degli ultimi anni. Ciò è stato maggiormente registrato a partire dagli anni sessanta nei paesi nordici, dove per prima, essendo percepita come rilevante, si è concentrata l’attenzione sull’alcohol policy, in controtendenza nei confronti della riduzione di consumo globale registrata in nazioni come l’Italia, in totale assenza di controllo formale. Per cui c’è da supporre un meccanismo di autoregolazione nello spontaneo adattamento degli stili del bere alle trasformazioni sociali e di conseguenza a quelle di socializzazione alcolica, fondamentali per la cultura mediterranea.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Le persone, lasciandosi influenzare dalla cultura del contesto di appartenenza,  acquisiscono atteggiamenti e abitudini sin da giovani, i quali, più degli adulti, sono contemporaneamente pronti a recepire l’introduzione e la diffusione di nuove mode. All’instaurarsi e consolidarsi delle abitudini contribuiscono il processo informale di accostamento e apprendimento dei valori attribuiti nel corso della socializzazione, che avviene secondo un’evoluzione guidata dalle relazioni.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">“Per l’individuo, – scrivono Franca Beccaria, Franco Prina, Sara Rolando, Jenni Simonen, Christoffer Tigerstedt e Jukka Törrönen, nell’Introduzione a “Alcol e generazioni” (a cura di Beccaria F., Carocci, Roma 2010) – il processo di socializzazione significa apprendere competenze, abilità e abitudini necessarie per prendere parte e agire nelle diverse occasioni di consumo nell’ambito di una data cultura; per la società, socializzare i propri membri  a valori d’uso, norme e situazioni di consumo prevalenti significa riaffermare la propria continuità sociale e culturale”.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Con “The problem of generation” (in “Essays on the sociology of knowledge”, 1952), Karl Mannheim ha introdotto i concetti di “sito generazionale”, relativo agli aspetti epocali storico-geografici simili per gli anni della formazione di determinate persone, e di “condizione generazionale”, riguardante interpretazioni e orientamenti condivisi nell’organizzazione delle proprie esperienze, dai quali si può dedurre l’assunto di base che solo in giovane età possa avvenire l’interiorizzazione delle abitudini, sia pure secondo una concezione fenomenologica e pragmatica, per come descritta da Margaret Mead (1934) e Maurice Merleau-Ponty (1942), alla quale si è venuta ad aggiungere quella di habitus di Pierre Bourdieu (1979). La loro influenza culturale ci aiuta a formulare dei raggruppamenti caratterizzati dal carattere situazionale, dalle motivazioni e scopo del bere, nonché dalle norme che lo regolano.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Il set delle modalità si apprende per imitazione dall’ambiente circostante e lo si pratica abitudinariamente. Il repertorio delle tipologie può variare dal bicchiere di vino a tavola alla bevuta di fine settimana con gli amici. In occasioni specifiche, si è in grado di esprimere se stessi comunicando e decodificando motivazioni comuni, tanto da manifestare, nella loro ripetizione, come una “seconda natura” di struttura percettiva e interpretativa. Le forme di controllo formali, o normative, e informali, socio-culturali e individuali (autocontrollo), andrebbero analizzate  in base al tipo di costrizione esercitata su motivazioni, abitudini, occasioni ed eventi di consumo, nella prospettiva, secondo la definizione di Peter Hedström e Richard Swedberg (1998), di una “spiegazione attraverso meccanismi sociali”, che regolano i comportamenti delle persone essenzialmente in termini di desideri, opportunità, credenze, ecc.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Con “spiegazione attraverso meccanismi sociali”, Filippo Barbera (2004), indica il percorso che parte dall’influenza delle condizioni sociali sulla posizione individuale (meccanismo “situazionale”), l’interazione degli effetti sui singoli agenti (“formazione dell’azione”), la ricomposizione collettiva dell’insieme di gesti individuali (meccanismo “trasformazionale”). Si tratta dunque di un continuum procedurale che correla prospettive macrosociologiche delle variabili quantitative alla metodologia microsociologica, che qualitativamente riconosce senso e valuta desiderabilità.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Il cambiamento di classe ha modificato le risorse di socialità, in rapporto ad aspirazioni mutate, anche relativamente alla sostituzione di simbolismi di status. Per Michel Maffesoli (Le Temps des tribus, 1988), il lifestyle rispecchia la collettività di un’epoca, senza per questo sminuire, come rammenta  Steven Miles (2000), l’importanza dello stile di vita individuale sulla costruzione identitaria dei giovani.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La “prospettiva dinamica e processuale” focalizza l’attenzione sulle diacroniche transizioni che caratterizzano la “carriera” o la “traiettoria” in merito a singole esperienze o posizioni biografiche, anche rispetto alla constatazione che le abitudini si modificano in determinate fasi del “corso di vita”. La discontinuità, tra tarda adolescenza e terzo decennio, viene interpretata quale riflesso della maturazione verso la genitorialità, ritenuta incompatibile con gli eccessi. Il passaggio di status, connesso all’attività lavorativa, alla famiglia, o alla salute, per via dei significati attribuiti alle aspettative di ruolo, coinvolgimento, qualità delle relazioni, grado di vulnerabilità o capacità di coping, eserciterà un peso determinante, tale da far riconoscere a Gianpaolo Fabris  (1995) che le bevande hanno assunto valore di “icona sociale”, “per la capacità che manifestano di intercettare trend sociali particolarmente attivi, di metabolizzare valori particolarmente espressivi del tempo presente”.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Sebbene le scelte di consumo di un prodotto non rappresentino necessariamente delle scelte di vita, assumono però significati profondi nelle esperienze immateriali delle persone, che con quegli atti esprimono un comportamento simbolico.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Gli stili di consumo dei giovani si adeguano al cambiamento accogliendo le novità, senza, per questo, trascurare completamente la continuità del passato. Quest’adattamento al presente, con passiva accettazione dello status quo, ha suggerito a Ilvo Diamanti la qualifica per loro di “La generazione invisibile”.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Le differenze di classe non riflettono più le diversità di consumo, richiedendo uno schema interpretativo che tenga presente l’evoluzione stessa del consumo in sé, da espressione culturale, o identitaria, a mezzo di comunicazione o sistema semiotico, smentendo la considerazione di Lloyd A. Fallers (1954) sul “Trickle Effect”, in base alle quali le mode si trasmettono dall’alto verso il basso, dalle classi superiori alle inferiori. Sebbene persista la stratificazione sociale, i giovani sono in grado di attenuarne, almeno parzialmente, l’impatto sul piano relazionale, grazie alla ridefinizione dei ruoli, e delle proprie rappresentazioni in seno agli aggregati impostati su affinità elettive, costituite dalla condivisione di interessi, gusti, passioni e altre condizioni che accomunano. L’estrema mobilità tra gruppi di aggregazione ha reso questi ultimi altrettanto mutevoli, in quello che Michel Maffesoli ha identificato quale melting pot tribale.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Per eludere l’ansia che una scelta individuale comporterebbe, aderiscono agli stili di consumo di gruppo, identificandosi con esso, e procrastinando così la costruzione di una propria identità. Pur rimanendo ancora valida la teoria della differenziazione sociale di Pierre Bourdieu (1979), con l’accentuarsi del valore simbolico dei beni di consumo, gli autori di “Alcol e generazioni” (2010), propongono come più adeguata la definizione di style symbol.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La moltiplicazione delle scelte ha prodotto un angoscioso senso di responsabilizzazione con dirompente effetto di disorientamento da “sindrome di Stendhal”. L’ambigua scissione di quanti sono cresciuti in un tempo in cui il consumismo si è incarnato in uno stile di vita, si dimostra nella naturalezza di disincantato simbolismo percepibile in tutto il suo potere attraente, come anche contemporaneamente nella possibilità di lucido riconoscimento di limiti da sfruttare, con funzione tranquillizzante, nell’eventualità di uno sgretolamento di precedenti certezze.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Le occasioni del bere giovanile si concentrano nel tempo libero e crescono con la disponibilità di questo.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">“Il tempo del consumo si mescola sempre più al tempo libero e del tempo libero assume  alcuni connotati”, osserva Roberta Sassatelli (2004). Il consumo si configura occasione ludica di divertissement ed entertainment, comunicazione, incontro nel quale intessere un’ironica e disincantata relazione di complicità. La propensione al divertimento ha concorso alla valorizzazione del consumo e alla sua desiderabilità, in virtù della disinibizione che consente maggiore libertà di vivere pienamente le proprie emozioni, con totale affrancamento da quella che Max Weber chiamava “censura del piacere”.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">In un mercato saturo a guidare i consumi sono i desideri dell’homo ludens, più che i bisogni dell’homo oeconomicus. Come descritto da Joseph H. Pine e James H. Gilmore (1999), il prodotto ha perduto il suo valore, rispetto all’esperienza emotiva che è in grado di procurare in senso olistico. La storia degli ultimi anni ha assistito al progressivo allargamento dello spazio del piacere, divenuto, per Jon  Elster, una “dimensione culturalmente segnata”. L’edonismo impone una globale mobilitazione di tutti i sensi la quale riesca ad attivare quelle capacità prestazionali che coinvolgano, nell’accentuazione percettiva, non solo il sapore, ma pure il contatto con gli altri, la musica, i colori, i profumi del posto. Questo orientamento estetico ha determinato un atteggiamento di rivalutazione emotiva della fisicità corporea, veicolando desideri di forti sensazioni, passioni ed emozioni, ai limiti tra la ricerca di intensità degli stati d’animo, la visceralità e la dipendenza. Ma le regole che si è data la tribù svolgono il ruolo di contenimento dei danni, se il processo di produzione del senso di identità individuale passa attraverso quello di appartenenza piuttosto che per la trasgressione dell’eccesso non sancito dal rito collettivo. Del resto, più la situazione si presenta indistinta e mutevole, maggiormente emerge da tanta confusione la necessità di riconoscimento. E ciò in virtù di un’interiorizzazione degli altri valori d’uso del bere, dal conviviale al cerimoniale. Difatti i giovani costruiscono la propria identità generazionale ridefinendo l’identità culturale ricevuta e riadattandola alla contemporaneità.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Zygmunt Bauman ha descritto la società postmoderna come quella in cui si continua ad avvertire prepotentemente una “voglia di comunità”, non più soddisfatta però dalle tradizionali forme di aggregazione basate su relazioni stabili e rafforzate dall’identificazione in principi e valori. Questo bisogno viene deragliato verso surrogati flessibili, fittizi e a breve scadenza. Effimere “grucce” sulle quali sostenersi momentaneamente, il cui tessuto empatico controbatta le preoccupazioni con la sicurezza fornita dallo stare insieme.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">In “Au-delà du marché: quand le lien import plus que le bien” (1995), Bernard Cova aveva descritto questo nuovo stile relazionale, evidenziandone il forte desiderio di intessere rapporti interpersonali con il termine linking value. Il valore del legame con l’altro supera quello del prodotto acquistato.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Con la duplice funzione di differenziazione da estranei e di assimilazione al gruppo di appartenenza, lo stile medesimo assume valenza identificante, piuttosto che omologante, per giunta in linea con la tendenza post-fordista di scartare le standardizzazioni per ricorrere a varietà di finiture, sia pure prodotte in serie (Sassatelli 2004).</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Anche la dicotomia dentro o fuori casa si affianca a quella riguardante lo stile, tradizionale o trasgressivo, il controllo o la libertà d’uso e d’abuso. L’eccesso comunque non necessariamente equivale al superamento di un limite invalicabile, bensì appare come esperimento ludico di entertainment, nella ricerca di forti sensazioni, perseguita con i toni ironici con cui possono essere espressi i paradossi dell’attuale eclettismo consumistico. Nel difficile compito di costruire e comunicare la propria identità molteplice e complessa, l’abuso rientra nel desiderio di protagonismo, ancora inadeguato ai ruoli che la vita quotidiana comporta, ambiguamente commisto all’ansia da prestazione generata dalla responsabilizzazione della libertà di scelta.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">La necessità di fissare determinati momenti salienti, o di transizione, in una sorta di cerimoniale di passaggio, si intravede nei cosiddetti rite of life projects.  Ulrich</span></em><br />
<em><span style="color: #b5774a;"> Beck ha rilevato l’adattamento alle caratteristiche moderne delle vecchie strutture liturgiche delle teorie antropologiche di Arnold Van Gennep (1960). L’oggetto rappresentato dalle sostanze psicotrope svolge il ruolo di detonatore emotivo per la condivisione dei valori di gruppo, giustificando i comportamenti che ne derivano. Ciascuno poi riveste di significati personali questo contrassegno di progettualità individuale, celebrato collettivamente.</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Giuseppe M. S. Ierace</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Bibliografia essenziale:</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Barbera F.: “Meccanismi sociali. Elementi di sociologia analitica”,</span></em><br />
<em><span style="color: #b5774a;"> Il Mulino, Bologna 2004</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Baroncini P., Dionigi A.: “Vecchie e nuove dipendenze”, Clueb, Bologna 2010</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Bauman Z.. “Liquid Modernity”, Polity, Cambridge 2000</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Bauman Z.: “Amore liquido”, Laterza, Bari 2010</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Beccaria F. (a cura di): “Alcol e generazioni”, Carocci, 2010</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Beck U.: “Risk Society: towards a new modernity”, Sage, London 1992</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Bourdieu P.: “La distinction. Critique sociale du Jugement”, Minuit, Paris, 1979</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Cova B.: “Au-delà du marché: quand le lien import plus que le bien”, L’Harmattan, Paris 1995</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Diamanti I.: “La generazione invisibile”, il Sole 24 ore, Milano 1999</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Diamanti I.: “Sillabario dei tempi tristi”, Feltrinelli, Milano 2009</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Doni M. e Migliorati L. (a cura di): “La forza sociale della memoria”, Carocci, Roma 2010</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Douglas M., Isherwood B. C.: “The World of Goods. Towards an Anthropology of Consumption”, Allen Lane, London 1979</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Elster J.: ”Sadder but wiser? Rationality and the emotions”, Social Science Information/sur les sciences sociales, 24, 375-406,1985</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Fabris  G.: “Consumatore &amp; mercato”, Sperling &amp; Kupfer, Milano 1995</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Fallers L. A. “Fashion: A note on the Trickle Effect”, Public Opinion Quarterly, 18, 314-21, 1954</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"><cite>George D. T., Gilman J., Thorsell A., Gehlert D. R., Tauscher J. T., Hunt S. P., Hommer D., Heilig M.: </cite>“<cite>Neurokinin 1 (NK1) receptor blockade: </cite>“A<cite> novel anti-stress based mechanism for treatment of alcoholism</cite>”, i<cite>n </cite><cite>Alcoholism: Clinical and Experimental Research</cite><cite>, 32, Nr. s1, S. 342A, Juni 2008</cite></span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Hedström P., Swedberg R.: “Social mechanism”, Cambridge University Press, Cambridge 1998</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Luhmann N. : “Soziologie des Risikos”, de Gruyter, Berlin 1991</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Maffesoli M.: “Le Temps des tribus, le déclin de l’individualisme dans les sociétés de masse”, La Table Ronde, Paris 2000</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Mannheim K.: “The problem of generation”, in “Essays on the sociology of knowledge”, Routledge-Kegan Paul, London 1952</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Mead M.: “Mind, self and society”, Chicago University Press, Chicago 1934</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Merleau-Ponty M.: “La structure du comportement”, Presses Universitaires de France, Paris 1942</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Miles S.: “Youth Lifestyles in a Changing World”, Open University Press, Buckingham 2000</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Pine B. J., Gilmore J. H.: “The Experience Economy, Work is Theatre and every Business a Stage”, Harvard Business School Press, Boston 1999</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;"> </span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Room R., Mäkelä K.: “Typologies of the cultural position of drinking”, in Journal of Studies on Alcohol, 61, 3, 475-83, 2000</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Sassatelli R.: “Consumo, cultura e società”, il Mulino, Bologna 2004</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Van Gennep A.: “The rite of passage”, Routledge-Kegan Paul, London 1960</span></em></p>
<p><em><span style="color: #b5774a;">Wechsler H., Davenport A., Dowdall G., Moykens B., Castillo S.: “Health and behavioural consequences of binge drinking in college: A National survey of students at 140 campuses”, in Journal of the American Medical Association, 272, 1672-7, 1994</span></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><span style="color: #b5774a;">Articolo tratto da www.nienteansia.it</span></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.psicoinsieme.it/psicologo-bologna-dipendenze/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
