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giu 18, 2013 - Pillole di Psicologia    No Comments

Timidezza e ansia (fobia) sociale: paura di essere se stessi

C’è differenza tra timidezza e ansia sociale?

 

La domanda si pone in quanto sia la timidezza che l’ansia sociale sono caratterizzate da elementi comuni, come l’irrompere di vistose manifestazioni psicofisiche (tachicardia, rossore, tremori,…) in particolari situazioni sociali, entrambe sono caratterizzate dal paura ad esporsi,  timore di un giudizio negativo,  tendenza ad isolarsi.

Si può parlare, dunque, di un turbamento emotivo comune ai due stati che nel caso della timidezza  si manifesta, occasionalmente, come imbarazzo in situazioni sociali in cui si teme il giudizio, mentre nell’ansia sociale  si trasforma in uno stato ansioso molto pervasivo cheprende il sopravvento sulla persona, interferendo massicciamente sulle relazioni sociali, tanto da provocare difficoltà significative in ambito relazionale sia lavorativo che affettivo.

Quindi non necessariamente un timido si trasforma in una persona affetta da ansia sociale.

L’ansia o fobia sociale viene collocata, clinicamente, tra i disturbi d’ansia e definita come “ paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazioni nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante”… “l’evitamento, l’ansia anticipatoria o il disagio interferiscono significativamente con le abitudini normali della persona, con il funzionamento lavorativo, con le attività o le relazioni sociali”.

Chi ne soffre è consapevole che sua paura è esagerata e irrazionale eppure cerca di evitare le situazioni temute, nel timore di non essere in grado controllare le proprie reazioni.

Il suo pensiero è occupato dalla preoccupazione di quello che gli altri possono pensare di lui, dalla convinzione di non essere in grado di affrontare la situazione temuta, in quanto già vissuta come ansiogena. Situazioni temute possono essere: parlare in pubblico, mangiare di fronte ad altri, scrivere sotto lo sguardo di altri, incontrare persone nuove, manifestare il proprio pensiero, affrontare un colloquio di lavoro, incontrare persone autorevoli, avvicinare persone del sesso opposto.

 

Di fronte alla situazione temuta l’ansia è intensa, le manifestazioni fisiche sono marcate, ilpensiero non controllato può subire una vera paralisi col conseguente blocco della parola, od un accavallamento di pensieri che si affastellano nella mente senza produrre una verbalizzazione coerente e lineare. Il comportamento conseguente alla pervasività di questi pensieri è quello di evitare la situazione temuta.

In casi estremi l’ansia può assumere le caratteristiche di attacco di panico, aggravando ulteriormente il quadro clinico ed  il conseguente isolamento sociale che può portare a stati depressivi.

Timidezza e ansia sociale sono imparentate con la paura. Paura di cosa, di chi? Evidentemente paura degli altri, ma andando più a fondo sulla natura del problema si può affermare che  se è vero che si tratta di un problema di relazione con altri, è altrettanto vero che il timido ha un rapporto problematico con se stesso: porta  in sé una parte più autentica di quella manifesta, ma tenuta nascosta perché considerata, secondo un giudizio socio-ambientale interiorizzato, non conforme: soffre perchè pensa di non potere essere ciò che è: un divieto interno lo impedisce.

Dunque l’ansia sociale può essere considerata una manifestazione esternalizzata che nasce da un conflitto interno più profondo.

Per comprendere meglio questo meccanismo è necessario comprendere come si struttura l’ansia sociale

 

Come si struttura l’ansia sociale

Chi soffre di ansia sociale è stato un bambino timido.

Per capire come si diventa timidi occorre comprendere come il bambino costruisce l’immagine che ha sé, come costruisce la propria identità.

È consolidata la teoria secondo cui le caratteristiche del clima emotivo e affettivo che configura il contesto familiare e lo stile educativo rappresentino le basi per sviluppare nel bambino sicurezza personale, fiducia, curiosa esplorazione del mondo.

È dunque nell’ambito familiare che il bambino costruisce progressivamente l’immagine di sé strutturandola a partire da come si sente visto dallo sguardo della madre, del padre, dal microsociale:  col tempo sviluppa un’immagine di sé fisica, psicologica, affettiva e morale in risposta alle “indicazioni” implicite ed esplicite del contesto familiare.

Vi sono stili educativi molto protettivi, molto severi, ipercritici, ansiosi, tendenti all’isolamento della famiglia dal resto del mondo o trascuranti  che ostacolano la libera espressione di sé, la fiducia nelle proprie capacità, l’apertura verso situazioni e persone nuove.

Quando nel bambino compaiono i primi segnali di vergogna (emozione sempre presente nel timido), è già presente un conflitto tra quello che crede di dovere essere (aderendo alle attribuzioni pervenute) e quello che sente di essere: la vergogna è quella di avere emozioni e pensieri soggettivi, non in linea di conformità con l’ambiente e le sue convenzioni. Da qui il senso di colpa per violare (anche solo con pensieri ed intenzioni) le regole, le indicazioni del gruppo di appartenenza.

Si viene quindi a creare una confusione tra l’immagine personale profonda e nascosta el’immagine sociale: tra ciò che è e ciò che deve essere. È questa confusione che genera l’incertezza, l’ insicurezza che sono alla base della timidezza e dell’ansia sociale.

Raggiunta l’età adoscenziale, col tempo, si è consolidata la necessità di mimetizzarsi nell’ambiente, conformandosi sempre più all’idea che gli altri si sono costruiti di lui, modellando per sè una maschera sociale sotto cui si nasconde un mondo di emozioni e fantasie diversi  da quelli manifestati.

Lentamente si può sviluppare una marcata ansia sociale, che se da una parte rappresenta una difesa nei confronti di un mondo vissuto come ostile e giudicante, dall’altra può essere letto, paradossalmente, come atto eversivo segnalato da manifestazioni fisiche di grande evidenza.

Questa lettura psicologica dell’ansia sociale reca in sé la strada terapeutica che si muove in due direzioni: psico-corporea e psicologica.

 

Curare l’ansia sociale

 

Nella cura dell’ansia sociale risulta efficace integrare un intervento psico-corporeo con unpercorso psicologico finalizzati al recupero dell’auconsapevolezza e l’affermazione personale.

Il training autogeno è uno strumento terapeutico  molto utile per imparare a rilassarsi, a conoscere e modulare le emozioni, prendendo empaticamente contatto con i diversi distretti corporei particolarmente  coinvolti nello stato ansioso: si tratta di imparare ad autoindursi la distensione muscolare, a mantenere la normalità del battito cardiaco e della respirazione. In questo modo l’irrompere dei sintomi fisici nella situazione ansiogena non è vissuto passivamente, ma viene evitato proprio per un contatto interno consapevole con il proprio corpo.

Parallelamente ed in modo integrato, il percorso psicologico è volto a riconoscere il valore evolutivo della paura, a riconoscere e valorizzare  i contenuti psichici interni, a collocare in posizione dialettica la polarità tra mondo interno ed esterno vissuta come ansiogena, a sviluppare modalità di essere e di stare con gli altri del tutto personali in piena libertà ed autenticità.

 tratto da www.nienteansia.it

giu 18, 2013 - Pillole di Psicologia    No Comments

In nome del Padre, della madre e del coniuge – Le apparenze sociali – L’ossessione identitaria

C’è un dibattito che arrovella i paesi di cultura occidentale, visto il significato per loro rivestito dall’invocazione che apre la principale preghiera della religione professata dai più:  il “nome del padre”. Che sia questo uno, e forse il fondamentale, motivo che impedisce di modificare qualcosa nella tradizione del cognome si è largamente autorizzati a supporlo.

Nonostante si riconosca da varie parti che l’obbligatorietà del cognome paterno si dimostri come un retaggio di un’arcaica concezione di famiglia patriarcale e si inviti ad accordare a entrambi i genitori uguale diritto nell’attribuire ai figli il proprio cognome, la statistica è marcatamente a favore della soluzione paterna, molto ma molto di più rispetto al doppio cognome e solo un’esigua minoranza propenderebbe per il cognome materno, il quale, dobbiamo sottolinearlo, per tanto tempo, forse troppo, come nel caso dei cognomi di fantasia, di santi del giorno o di località, ha rivelato una vergognosa mancanza di legittimazione da parte di qualcuno, appunto il detentore della patria potestà.

Il cognome rappresenta, ancora, come una specie di sedimentazione, in ognuno, della storia e (perché no?) anche della geografia e dei suoi risvolti antropici, che colloca la nostra identità in precise coordinate spazio-temporali quanto mai utili a definirci (Esposito non è affatto la stessa cosa di Brambilla, a seconda che ci si situi in Campania o in Lombardia). Quando ci si presenta si forniscono dei dati descrittivi che inseriscono la nostra individualità in una cornice che solamente l’omonimia può incrinare indelebilmente e allora sì che è necessaria un’ulteriore distinzione: di paternità, maternità, provenienza, grafia nella scrittura, aggiunte di altri nomi o indicazioni si soprannome.

Non è questione da poco per chi, come me, si chiama Ierace, la cui iniziale può essere trasformata facilmente in J, G, o in Y, magari preceduta da una muta H, e la finale, a seconda di dove ci si trovi diventa “e” o “i” (Gerace, Geraci siculo); in Sicilia, sommando il tutto, si arriva perfino a Iraci. Ma questo, direte Voi, sono fatti tuoi. E no, perché si potrebbe ripetere un ragionamento analogo per Rossi, Bianchi e Verdi, Russo, Ferrari, Colombo, Romano, ecc. che risultano i più diffusi assieme a Ricci, Conti, Marino, Costa e Greco. Lo avevo anticipato, non è cosa da poco!

 

In Giappone, fino al XIX secolo, l’uso dei cognomi era quasi esclusivamente riservato all’aristocrazia. Cognomi matrilineari esistevano in Cina prima della dinastia Shang (1600-1046 a.C.), ma, nelle società patriarcali, anche se non proprio “per omnia sæcula sæculorum”, il cognome di nobili e plebei è stato sempre quello dell’unico titolare dell’autorità all’interno del più piccolo nucleo comunitario, il “pater familias”.

Adesso che, in periodo di parità tra i sessi, si vuole lasciare alla famiglia la piena libertà di attribuirsi un proprio statuto anagrafico, cosa sta succedendo? Stiamo assistendo agli ultimi colpi di coda di un patriarcato, che consapevole del proprio tramonto, manifesta una certa resistenza a cedere le armi o è la figura del padre che mantiene, tutto sommato, almeno nell’immaginario collettivo, i tratti essenziali, anche se forse non più dell’autorità, almeno quelli della tradizione e dell’identità? Si ricordino i tormentati rapporti mitici tra Telemaco e Ulisse, Agamennone Oreste ed Elettra, Edipo Laio e Giocasta, per non proseguire con la successiva generazione della saga
tebana: Antigone, Ismene, Polinice ed Eteocle.

In un articolo di Silvia Vegetti Finzi (e si noti la compresenza dei due cognomi, il suo, di lei, e quello del marito, in una donna, di certo, pienamente emancipata), apparso sul “Corriere della Sera” (del 26 maggio 2013), al quale ha fatto eco (con la minuscola) l’Umberto con la maiuscola, ne “La bustina di Minerva” de L’Espresso (n. 22 del 6 giugno 2013), il dilemma viene brillantemente affrontato in una dimensione profondamente psicologica: “la figura paterna è diventata così fragile che, esautorarla ulteriormente”, la danneggerebbe in maniera del tutto gratuita, in netta antitesi “con la necessità di conferma e di sostegno” invocata dalla maggior parte. “In confronto all’evidenza fisica, corporea della maternità semper certa, concedere al padre la trasmissione del cognome può essere considerato un risarcimento simbolico che riequilibra la naturale asimmetria della generazione”.

Nei paesi ispano-americani, eccetto che in Argentina, i figli assumono sia il primo cognome del padre che il primo della madre. Negli Stati Uniti d’America, una coppia può decidere di chiamare il figlio con il cognome della madre, o comunque di aggiungerlo, anteponendolo al cognome paterno. Cosa succederebbe, se però alla discussione sulla trasmissione del cognome potessero partecipare pure i nonni, sia quelli autorizzati dal presunto padre che quelli per diritto matrilineare?

Eco (con la minuscola) si ferma ironicamente al paradosso della logica genealogica, non sempre razionale, e prospetta uno scenario iperbolico che riporta ancora una volta ai cognomi di fantasia, non del tutto dissimili da quelli di provenienza (geografica o storica), professionali o di clan. In Irlanda, buona parte dei cognomi si sono formati con la particella gaelica “Ó”, che per l’appunto indica la discendenza da un comune avo.

Per molto tempo, l’identificazione formale ha, normalmente, incluso il luogo d’origine e, sino a qualche decennio fa, pure il patronimico. Nell’antichità si faceva ricorso alla denominazione della gens d’appartenenza. I “tria nomina” della Roma repubblicana non davano adito a dubbi. Perché un prenome, paragonabile al nome proprio di persona, distingueva l’individuo, il nomen, paragonabile all’odierno cognome, denotava l’appartenenza a una stirpe, e il cognomen, che potrebbe essere considerato una sorta di soprannome, poteva indistintamente rappresentare un contrassegno personale o quello peculiare di un determinato ramo di famiglia. Pochissimi restavano riconoscibili per un irripetibile signum o supernomen (Augusto, per esempio).

Da allora, per definire le caratteristiche della persona, è rimasto popolarmente in vigore il soprannome, che un tempo era molto spesso un pregio o difetto fisico, l’indicazione del padre e della madre, o del mestiere dei familiari. Da questo punto di vista,  Chioggia è davvero un caso demografico unico. La singolarità campana invece prevede anche la derivazione dai santi della devozione locale (Sanfelice, Sanciro) oppure dei lunghissimi nomi composti (tipo  Castrogiovanni o Saltalamacchia). Nel medioevo questi aspetti vennero accentuati a tal punto da pervenire, in qualche modo, al cognome moderno, che in conclusione può essersi originato da una caratteristica peculiare di un antenato, dalla sua occupazione o stato sociale, dal luogo d’origine, o semplicemente dal nome dei genitori.

In Islanda la pratica del patronimico è esasperata fino al risultato di avere differenti cognomi in una stessa famiglia, a seconda del genere: ognuno assume come cognome il nome del padre seguito dal suffisso -son se maschio, -dottir se femmina. In Lituania regole simili valgono sia per i figli sia per la moglie: nei figli maschi il cognome finirà in –us, nelle figlie in –utė e la moglie assumerà il cognome del marito con desinenza in -enė.

 

Esistono tradizioni per le quali non è ammissibile che la moglie mantenga un cognome diverso da quello del marito. In altre situazioni è permesso mantenere il cognome da nubile e in altre ancora è possibile l’esatto opposto, cioè che l’uomo prenda il cognome della moglie. In Giappone, entrambi i coniugi possono cambiare cognome e alcuni scelgono di mantenere ambedue, magari uniti con un trattino. Alle donne ungheresi sposate viene proposto persino di sostituire il proprio cognome e nome (nell’ordine tipico che, per i magiari, pone prima il cognome) con il cognome e il nome del marito seguiti dal suffisso –né.

Vincenzo Jerace (anche lui polìstenese, ma con la J iniziale), dopo la scomparsa della consorte Luisa, giusto mentre stava fondendo in bronzo la statua colossale del Redentore, collocata sulla montagna dell’Orthobène (vicino Nuoro), in ricordo di lei, aggiungeva alla propria firma  una “L”. Grazia Deledda gli avrebbe scritto il 17 agosto 1902: “Se è vero che il nostro spirito sopravive e va al di là del vento della vita, qualche sera di luna come quella di ieri sera, un convegno d’anime di poeti sardi ricorderà lo spirito dell’artista e della sua diletta, e farà ghirlanda al suo monumento, il cui simbolo d’infinita pietà e amore avrà finalmente conquistato la rude anima sarda”.

Se l’elaborazione del lutto, in Vincenzo Jerace, necessitava dell’inglobamento di qualcosa (la L) che riguardasse l’oggetto d’amore, per meglio metabolizzarlo, nel caso di Salvador Domènec Felip Jacint Dalí i Domènech emerge una cervellotica ricerca di completamento androgino. Dopo aver conosciuto Gala (Elena Ivanovna Diakonova), la sceglie quale musa ispiratrice che su di lui probabilmente esercitava una fortissima influenza stabilizzante, tanto che, dalla metà degli anni Trenta del Novecento firmava i suoi quadri con entrambi i loro nomi. “Quando quella testa scoppierà, apparirà il fiore,/ il nuovo Narciso, Gala, il mio Narciso”.

Il riferimento mitico alle Metamorfosi di Ovidio e alla nascita di Atena, già
adulta e armata, dal capo di Zeus, sembrano fin troppo evidenti, almeno quanto il narcisismo dell’autore della poesia e dell’opera “Le metamorfosi di Narciso”, quasi l’autoritratto onirico di un surrealista. Nella poesia, però Dalì fornisce un’ulteriore spiegazione che è come se chiudesse il cerchio, grazie all’espressione catalana “avere un bulbo in testa”. Guardarsi allo specchio equivale ad avere un bulbo in testa e soffrire di un complesso freudiano. Da una presenza spettrale scaturisce nuova linfa vitale, il fiore del narciso da un uovo; in secondo piano, e in contrasto con un ermafroditismo  egocentrico, poi, dei nudi rimpiccioliti, definiti “il gruppo di eterosessuali”, forse i pretendenti respinti.

Freud non aveva mai preso in seria considerazione il movimento surrealista, ma dopo aver visto il quadro di Dalì, confessò che “il giovane spagnolo, con i suoi occhi ingenui e fanatici e la sua indubbia maestria tecnica, mi ha fatto cambiare idea”.

Il suo repertorio di simboli visivi li coglieva quasi sempre dagli elementi onirici. Aveva coniato l’espressione “metodo paranoico-critico” per descrivere le modalità con cui la mente umana riesce a stabilire relazioni tra immagini che non hanno alcun nesso razionale tra loro. E così, alla stessa maniera in cui Freud analizzava il significato dei sogni, Dalì si proponeva il percorso sintetico inverso, unendo differenti parti del subconscio in una raffigurazione interpretabile. Fra i temi complessi che collegano Freud a Dalì, il narcisismo non può che essere, in assoluto, il più rappresentativo.

L’esibizionismo di Dalì, nonostante fosse davvero smisurato, non sempre riusciva a stupire se stesso: “E’ molto difficile scioccare il mondo ogni ventiquattro ore”. La vanità del resto, “proprio perché ha per oggetto il nulla”, come ammette Barbara Carnevali, in “Le apparenze sociali” (il Mulino, Bologna 2012), si dimostra “distruttiva e potenzialmente mortale, votata all’annichilimento”, e in questo intimo collegamento stabilisce uno dei suoi tratti culturalmente più persistenti in una sorta di prematuro cenotafio.

 

Il valore positivo del narcisismo potrebbe invece mettersi in gioco dinamicamente in una relazione di riconoscimento che conferisca un qualche valore protettivo all’autostima. Nella condizione di natura, soddisfatto dall’autosufficienza cognitiva ed emotiva, dettata dalla spontanea espressività immediata, priva di scopi rappresentativi, l’io non valuta lo sguardo altrui. Il problema si pone quando non ci si accontenta più di noi stessi e “vogliamo vivere nell’idea degli altri una vita immaginaria, e per questo ci sforziamo di apparire”, come scrisse Pascal, aggiungendo: “lavoriamo incessantemente ad abbellire e conservare il nostro essere immaginario, e trascuriamo quello vero”.

Sembra la descrizione di chi si nasconde dietro un nickname, un nome di battaglia o nom de plume; nomi d’arte, pseudonimi, che possono essere sigle, combinazioni di lettere e numeri, ma, ancora una volta, soprannomi. Da qui all’alter ego il passo è breve; tutta questione di struttura di personalità. Spesso, se non ci si trova nel campo della risoluzione di omonimie, oppure dell’evitamento di determinate attinenze inadeguate o ancora fin’anco dell’assunzione di una falsa identità, si tratta piuttosto di simulare o dissimulare rapporti.

In “Nachgelassene Fragmente” (1880-1881), Nietzsche si dimostra illuminante per chiarire quest’aspetto della nostra ossessione identitaria: “Noi inventiamo noi stessi come unità in questo mondo di immagini da noi stessi creato”.

L’unità del “noi” è un’invenzione, una finzione fin dall’inizio, spiega Francesco Remotti (“L’ossessione identitaria”, Laterza, Bari 2010). E’ ciò che i “noi” immaginano di essere, o meglio le loro costruzioni identitarie, in quanto finzioni, letteralmente plasmate, a incidere sui loro stessi modelli. Insomma è il nazionalismo, come sostenne Ernest Gellner (“Nations and nationalism”, 1983) a creare le nazioni e non viceversa.

La distinguibilità da ciò che è diverso, e quindi la separatezza necessitano di uno sforzo immaginativo superiore all’afferrabilità dell’identità. Robert Lowie aveva provocatoriamente proposto una definizione di cultura intesa come “quella cosa fatta di stracci e toppe” (“Primitive Society”,1920), per sottolineare come sia la carenza di organicità e di coerenza a incrinare i mal riusciti tentativi di sistematicità. L’eterogeneità è parte integrante del disegno e l’alterità è insita all’identità che è fatta di negoziazione e compromessi. E’ la contaminazione a sostanziarci, essendo sempre, nolenti o volenti, figli di un meticciamento antropologico, nel cui originario sincretismo, le famiglie  dei noi e degli altri coesistono, in quanto genitori, fratelli, nonni, zii, cugini. Cos’è la regola dell’esogamia se non un esplicito e programmatico ricorso all’alterità a fini riproduttivi, e di conseguenza biologici, demografici, antropologici, sociali.

In “Identifying Identity: A Semantic History” (1983), Philip Gleason evidenziava la conflittualità tra le due difficoltà, di fare a meno del termine identità, a causa delle aspettative ormai generalizzate sul suo utilizzo e quell’altra di fornire adeguata definizione del suo contenuto semantico. Da un punto di vista analitico, il concetto di identità rimanda a quello di sostanza. Ma, dal punto di vista filosofico, ciò è superato dalla trasformazione, secondo un processo storico coinvolgente. Un ricorso sempre più consistente al termine identità appare parallelo al decremento della generalizzazione in favore di interessi particolaristici, al tramonto di un’impostazione universalistica.

Mentre è stato Milton Hyland Erikson a contribuire in maniera determinante a ricercare “qualcosa di interno” in strutture psichiche profonde, in grado di persistere “attraverso il mutamento”, il costrutto sociologico s’è orientato verso l’artificio, scaturito da un’interazione tra individuo e società, quindi mutevole “secondo le circostanze”. E qui si torna nuovamente al problema della rappresentazione del sé, del presentarsi e dell’apparire in un contesto sociale in cui l’attore deve recitare su di uno scenario che provveda alla costruzione di una “realtà” originariamente incompleta.

Non vi sono dunque solide strutture materiali a supportare la rappresentazione, ma semplici intrecci e occasioni, con le loro interazioni e dialettiche, a influenzare continuamente ciò che, di volta in volta, si assembla. Insomma, per rimanere nella metafora teatrale: si recita a soggetto.

Ludwig Wittgenstein (“Philosophische Untersuchungen”, 1953) sosteneva che la via maestra esiste solo nella nostra illusione, la realtà è fatta di viuzze laterali. E Stephen Mitchell (“Relational Concepts in Psychoanalysis. An Integration”, 1993) ha proposto il superamento di quest’impasse, ridefinendo la mente, non più dall’interno, bensì sulla base dei campi di queste interazioni e transazioni.

Ogni io, ogni noi, si costituisce proprio grazie all’apporto dell’alterità. Nelle lingue europee si impiega l’espressione noi-noi e noi-altri per segnalare ulteriormente, in prima battuta, la contraddizione, e subito dopo la singolarità della configurazione dell’intreccio e della compresenza. In romanesco questo gioco di contrapposizioni viene reso ancora più efficace a sottolinearne peculiarità ed esclusività: noantri, voantri.

Paradossalmente il rapporto d’identità s’afferma nel riconoscimento dell’alterità: il ”je est un autre” di Arthur Rimbaud avrebbe trovato complementare corrispondenza in un “tu-sei-me”, perché, grazie alla Psicotematica di Bernardino Del Boca, è possibile seguire la trama delle relazioni di cui è intessuto il reale, tenendo contemporaneamente anche conto della dinamica delle trasformazioni che quelle connessioni alimenta.

                                                                                                                                                                                                           tratto da : www.nienteansia.it

Il significato dei sogni

È un fatto ormai risaputo che un terzo della nostra vita lo trascorriamo dormendo: una persona di 60 anni ha quindi trascorso circa 20 anni dormendo, dei quali 6 sono stati impiegati sognando!

Il sonno quindi è una porzione fondamentale della nostra vita, e non è un caso che rivesta un ruolo di enorme importanza per diverse ragioni: esso infatti garantisce al nostro cervello di riposare, di “resettare” la propria attività per prepararsi al giorno seguente e di rielaborare i contenuti della realtà e dell’inconscio attraverso l’attività onirica.

La storia dello studio del sonno è piuttosto recente.

  • Nel 1936 si scoprì che l’EEG (elettroencefalogramma o misurazione dell’attività elettrica della corteccia cerebrale) presentava notevoli variazioni durante il sonno:  si presentava infatti un’alternanza di cicli ad onde ampie e lente con cicli a onde rapide e di basso voltaggio simili a quelle della veglia.
  • Nel 1953 si scoprì inoltre che, durante le fasi in cui prevaleva un’attività ad  onde frequenti e a basso voltaggio, gli occhi dei soggetti si muovevano al di sotto delle palpebre mostrando sequenze di rapidi movimenti (Rapid Eyes Movements – REM). Questa fase del sonno fu quindi chiamata fase REM proprio per la presenza di tali tipici movimenti oculari, ai quali si associa il blocco totale dell’attività dei muscoli facciali.

Il ciclo del sonno è  il modo con cui si alternano diverse fasi (caratterizzate ognuna da attività cerebrale e muscolare specifica) durante una notte di sonno, e comprende 5 stadi differenti della durata di 90-120 minuti ciascuno. I sogni possono avere luogo in una qualunque di queste fasi, sebbene quelli che ricordiamo meglio avvengono nell’ultima fase. Il ciclo completo si ripete mediamente 4/5 volte durante la notte, e in alcuni casi può arrivare a ripetersi fino a 7 volte.

 

 

LE FASI DEL SONNO

  • Stadio 0: è la fase della veglia tranquilla. In una situazione di tranquillità e rilassamento, il tracciato EEG di un soggetto con le palpebre abbassate mostrerà onde a bassa ampiezza ed alta frequenza che denotano la veglia che verranno interrotte dalle cosiddette “onde alfa” più ampie e più lente
  • Stadio 1: il soggetto si sta addormentando, è nella fase di dormiveglia. Le onde sono a bassa ampiezza e alta frequenza. Viene mantenuto il tono muscolare e gli occhi presentano movimenti lenti
  • Stadio 2: questo stadio è detto anche sonno medio. È caratterizzato da un abbassamento della frequenza e da leggero incremento dell’ampiezza delle onde e dalla presenza dei cosiddetti “complessi K”. I complessi K presentano una deflessione (un cambiamento di direzione) verso l’alto seguita da una deflessione verso il basso dell’onda. Essi vengono anche chiamati per la loro forma “fusi del sonno”
  • Stadio 3: questa fase del sonno si caratterizza per la presenza delle “onde delta”, le onde più lente. In questo stadio le onde delta sono presenti in una percentuale che varia dal 20 al 50 per cento. È un sonno molto profondo dal quale è difficile risvegliarsi
  • Stadio 4: questa è la fase più profonda del sonno. Le onde delta sono presenti in una percentuale che supera il 50 per cento.

Dallo stadio 4, i soggetti tendono a seguire un percorso inverso attraversando a ritroso lo stadio 3, il 2 e lo stadio 1 che stavolta però è lievemente diverso dallo stadio 1 iniziale, essendo caratterizzato dalla presenza di rapidi movimenti oculari associati alla perdita di tono muscolare. Questo stadio viene definito stadio 1 emergente o fase REM.

Con il trascorrere della notte, si modifica la durata relativa degli stadi sopra descritti, con una prevalenza progressiva della fase REM e la riduzione della durata degli stadi 3 e 4 (anche detti “sonno delta” in riferimento alle onde cerebrali prevalenti).

Le strutture cerebrali che controllano e mediano l’alternarsi degli stadi del sonno sono fondamentalmente due:

  • La Formazione Reticolare Ascendente (FRA), situata tra il midollo allungato e la base del cervello
  • Nuclei Soprachiasmatici, che fanno parte dell’ipotalamo

I sogni hanno sempre rappresentato un importante centro di interesse nella vita dell’uomo: ogni cultura, dalle più antiche alle più recenti, ha sviluppato una propria semantica ed una propria mistica dei sogni, all’interno delle quali organizzare i significati ed i messaggi ad essi attribuiti.

 

IL SIGNIFICATO DEI SOGNI PIÙ FREQUENTI:

1)    Flirtare con un personaggio famoso: si è felici e orgogliosi di essere stati scelti. Il personaggio famoso rappresenta le caratteristiche e le qualità che vediamo in lui/lei e che vorremmo possedere noi stessi.

2)    La morte vissuta in modo sereno: sognare le propria morte o quella di un altro in assenza di sentimenti angoscianti o dolorosi significa paradossalmente proprio l’opposto! È la conferma che ci si sta liberando di qualcosa di vecchio e inutile di sé (il passato, preoccupazioni, atteggiamenti interiori) e ci si volge ormai al futuro e al cambiamento in meglio.

3)    Cadere da un precipizio: chi non ha mai sognato di precipitare nel vuoto? Questo sogno indica genericamente la paura di perdere la propria posizione e ruolo sociale, o di perdere il rispetto degli altri. Spesso associato al sentimento di urgenza che accompagna la consapevolezza di dover prendere una decisione.

4)    Essere perseguitati: da qualcuno o qualcosa che ci segue, ci controlla o addirittura ci dà la caccia. Questo tipo di sogno indica la presenza di traumi precoci e episodi spiacevoli che hanno lasciato un’impronta emotiva forte. Può indicare senso di colpa per attività o pensieri precedenti, o la presenza di problematiche di vita concreta che non riusciamo a risolvere e superare.

5)    Volare: sognare di volare indica desiderio di libertà, successo e realizzazione personale. Indica altresì che il sognatore si sente indipendente, consapevole di ciò che desidera e che sa come realizzarlo.

6)    Perdere il controllo dell’automobile: il veicolo in questo caso simboleggia il sognatore e la paura di non riuscire a controllare l’automobile indica chiaramente che il sognatore sta vivendo una fase di grande ansia e agitazione, ed ha la sensazione di non controllare la propria vita. Indica il bisogno di controllare alcuni aspetti di sé o della propria vita.

7)    Trovarsi nudi in mezzo alla gente: non ci si sente pronti per affrontare qualcosa che sta accadendo o che si deve affrontare nella vita. Non si ha fiducia nelle proprie capacità di farvi fronte o si teme di essere scoperti per ciò che si è, di mostrare la propria intimità e le proprie debolezze.

8)    Perdere i denti: i denti rappresentano la vitalità l’aggressività “buona” per affrontare la vita con successo. Sognare di perdere i denti rappresenta una condizione di abbattimento psicologico e morale, di stanchezza e timore di non farcela. Di solito compaiono durante un periodo di trasformazione.

9)    Essere trascinati dall’acqua, o annegare: la simbologia dell’acqua è legata al materno accogliente, all’inconscio insondabile, all’emotività e alle emozioni profonde. Sognare di essere travolti dall’acqua  o di annegarvi, indica il timore di essere sopraffatti dalle proprie emozioni o dai propri contenuti inconsci.

10) Fare sesso con uno sconosciuto: mostra la presenza nel sognatore di desideri sessuali repressi, insoddisfazione sessuale, indecisione circa la possibilità di iniziare una nuova relazione sentimentale o terminare quella attuale.

 

LE TIPOLOGIE DEL SOGNO

Jung affermava che attraverso i contenuti simbolici di sogni e manifestazioni dell’inconscio, si può evincere la presenza di un contenitore psichico di significati universale, che egli definì inconscio collettivo. Esso comprende e contiene gli archetipi, cioè forme e simboli simili che si ripetono in diverse culture. Sulla base dei contenuti, del simbolismo presentato o della frequenza con cui si ripetono, possiamo stabilire una generica suddivisione dei sogni nel modo seguente:

1)     Di confine: strettamente legato alle attività svolte durante la giornata,m si presenta non appena ci addormentiamo.

2)     Saggio: quelli che, sottoponendo l’Io del sogno a situazioni difficili tendono ad istruire l’Io sveglio su come gestire saggiamente la propria vita.

3)     Ricorrente: quelli che compaiono in maniera frequente e che rappresentano i modelli mentali “cristallizzati” del sognatore

4)     Premonitore: il sogno che avvisa e indica qualcosa che sta per accadere

5)     Lucido: si ha quando si sogna sapendo di sognare, e si guida volontariamente il sogno.  Il sognatore o “onironauta” (viaggiatore del sogno) è cosciente e del tutto consapevole che sta sognando.

6)    Archetipico: ci mostrano le energie archetipiche maggiormente attive in noi in un determinato momento di vita, per prenderne coscienza.

7)     Grande: quello che riflette la principale dinamica e tematica di vita del   sognatore, indicando possibili soluzioni.

8)      Sogno Ombra: il sogno che ci mostra la nostra Ombra, che abbiamo allontanato, ed escluso dalla percezione cosciente.

9)      Incubo: sappiamo bene che si tratta di un sogno caratterizzato da contenuti spiacevoli, angoscianti e spaventosi al punto che frequentemente l’Io vegliante li blocca provocando il risveglio del sognatore, quando la tensione diventa insopportabile.

Articolo tratto da www.nienteansia.it

ott 10, 2012 - Pillole di Psicologia    No Comments

La meditazione sviluppa empatia

La meditazione può essere in grado, oltre di farci passare paure ed aiutarci nel gestire gli aspetti fisici e psicologici problematici della nostra vita può aiutarci ad aumentare l’empatia, la compartecipazione sentimentale nella vita degli altri grazie ad una sua particolare forma, chiamata meditazione compassionevole. 
Sono diversi gli studi che hanno confermato la validità di questa pratica, ai quali si aggiunge oggi quello che stiamo per presentarvi e che è stato condotto dai ricercatori della Emory University e pubblicato su Social Cognitive and Affective Neuroacience. La meditazione compassionevole si basa sul concetto, spiega il coautore dello studio Lobsang Tenzin Negi, direttore della Emory-Tibet Partnership e sviluppatore del metodo, che possiamo allenare non solo la mente ed il nostro corpo attraverso la meditazione, ma anche i sentimenti che proviamo per le persone.
L’empatia, lo sviluppo di questa capacità di comprendere gli altri è ritenuta un ottimo mezzo per fare del bene a se stessi  e quindi migliorare la propria condizione. Fattore che unito ai già comprovati effetti anti-stress e di aumento della resistenza psicofisica in adolescenti ed adulti provati da precedenti ricerche, fa della meditazione compassionevole uno strumento da prendere almeno in considerazione.
Per provare la loro ipotesi i ricercatori, guidati dalla dottoressa Jennifer Mascaro hanno preso un gruppo di adulti sani che non avevano mai meditati e li hanno sottoposti,  scegliendone tredici in modo causale, ad un training completo di meditazione CBCT che comprendeva regolari sessioni di allenamento settimanali e pratica a casa per otto settimane. Mentre gli altri 8 volontari hanno partecipato, per lo stesso periodo di tempo, ad incontri di discussione sulla salute riguardanti gli effetti della meditazione sull’organismo.
I risultati di questi due diversi percorsi sono stati misurati sia con test psicologici e comportamentali che attraverso la risonanza magnetica funzionale per immagini. E si è giunti a scoprire che la pratica della meditazione compassionevole  è in grado di migliorare la capacità di comprendere le persone in maniera sostanziale rispetto alle persone appartenenti al gruppo di controllo. Fattore confermato anche dalla risonanza magnetica: è stato infatti rilevato un significativo aumento dell’attività neuronale nelle aree del cervello collegate ai sentimenti di empatia come il giro frontale inferiore e la corteccia dorsomediale prefrontale.

Articolo tratto da: http://www.medicinalive.com

ott 10, 2012 - Pillole di Psicologia    No Comments

Psicologia e chirurgia

Quali sono i legami tra psicologia e chirurgia? Per esempio dietro ogni richiesta di modificare il proprio corpo c’è sempre un disagio psicologico? Gli psicologi facilmente risponderebbero a questa domanda in modo positivo. I chirurghi che si occupano di estetica hanno anche un ruolo un po’ psicologico nei confronti dei pazienti ed alcuni, trovandosi di fronte a richieste che possono sembrare stravaganti, richiedono l’intervento di uno psicologo per accompagnare il cliente attraverso il percorso di modificazione del proprio corpo.

Chirurgia e psicologia sono concordi nell’affermare quanto dietro una domanda di cambiamento del fisico ci siano un vissuto personale, una storia e un individuo diversi.

Cercando nella storia del paziente l’origine della sua domanda, lo psicologo può trovare ricordi d’infanzia, atteggiamenti o parole che hanno permesso il crearsi un’immagine del sé brutta. Il paziente chiede quindi di poter ottenere il suo riscatto e di potersi vedere come non si è mai visto.

Il tipo di richiesta e il tipo di modifica desiderata sono il punto di partenza. Facendo l’esempio di un seno abbondante, molte adolescenti lo vivono con un senso di vergogna, altre come un vanto. Le prime non sopporteranno gli sguardi dei ragazzi, le seconde li ricercheranno. L’intervento di riduzione del seno potrebbe avere alla base un senso di insicurezza.

Insicurezza meno radicata invece quando l’intervento richiesto è una correzione estetica che ad esempio può trasformare un viso evidentemente disarmonico in un viso più piacevole.

I chirurghi estetici si preoccupano di soddisfare il cliente ed eliminare un problema estetico, gli psicologi sono più attenti alle conseguenze post-intervento anche a medio e lungo termine. Intervenire sul corpo significa intervenire sulla persona, sulla sua storia, sui suoi vissuti e si riflette sulla personalità. Occorre farsi raccontare dal paziente perché ha deciso di sottoporsi a questo tipo di intervento, da quanto tempo aveva deciso di farlo, se ci sono state delle pressioni psicologiche da parte di qualcun altro della famiglia, ad esempio il coniuge. Molte donne decidono di ricorrere alla chirurgia plastica per salvare il loro matrimonio e molti mariti spingono le loro mogli all’intervento come se volessero che la loro donna rispondesse all’oggetto dei loro desideri. In questo caso è importante una riflessione supportata da uno psicologo sul significato dell’intervento e magari anche sul rapporto di coppia.

Occorre anche far attenzione a non oltrepassare i limiti: pazienti mai soddisfatti del loro aspetto che continuano a sottoporsi ad interventi di chirurgia estetica ma anche medici che vogliono raggiungere la “perfezione”. Il rischio in questo caso è oltrepassare il limite ed esagerare verso un eccesso che non tende più al “bello” come ad esempio le labbra inizialmente un po’ più carnose ma poi esageratamente gonfiate.

I pazienti spesso non riflettono fino in fondo sul vero significato del cambiamento e non sanno esattamente cosa vogliono da loro stessi pensando solo a un modello di ideale, come un personaggio famoso. L’intervento dello psicologo a questo punto è quasi indispensabile.

Arrivando a parlare dei risultati, quando questi si avvicinano di molto a quelli sperati dal paziente ecco che permettono un nuovo rapporto della persona con se stessa, un’acquisizione di fiducia in sé e un recupero di autostima che rende quasi possibile un cambiamento di carattere.

Un’ ultima attenzione all’analisi del rischio: il bisturi non può più tornare indietro!

Articolo tratto da www.psicologo360.it

ott 10, 2012 - Pillole di Psicologia    No Comments

Donne e lavoro

Il rapporto tra donna e lavoro oggi è vissuto dalla donna stessa come necessità, ma anche come realizzazione di tutte le proprie potenzialità, come emancipazione dalla sfera domestica e arriva ad occupare un posto prioritario rispetto a famiglia, amicizie e vita sociale.

Ma si può vivere per il lavoro dedicandovi anima e corpo sacrificando così una parte della persona che c’è in ogni donna?

 

La vita affettiva ricopre un ruolo centrale nelle donne, per non parlare del loro duplice-triplice ruolo di casalinga-moglie-mamma. Il vero problema er le donne è conciliare il rispettabilissimo desiderio di carriera e realizzazione professionale con il vantaggio dell’autonomia, con quello di  realizzazione personale, con una vita propria di una Donna con famiglia, figli e casa.

A questo punto è inevitabile il pensiero sulle strutture adatte a ospitare bambini figli di donne lavoratrici, orari adattabili e un po’ di parità così come succede in alcuni paesi del nord Europa.

Ma le donne oggi danno al significato del lavoro una connotazione positiva propria del lavoro stesso: scelgono il part-time, lo vedono come risorsa per fare esperienza, come un modo per essere autonome, una buona fonte di relazioni, una soddisfazione che porta sicurezza e successo.

Trovare il giusto equilibrio tra ritmi personali, ritmi di vita e ritmi di lavoro è auspicabile da chiunque e oggi il mondo del lavoro offre prospettive di suddivisione del tempo più ampie rispetto al passato. Si può lavorare da casa, scegliendo i propri orari, riposarsi per un periodo della propria vita e buttarsi a pesce nella carriera quando è il momento per farlo. L’importante è che il lavoro sia qualcosa considerato importante e utile, ma soprattutto che faccia stare bene in modo gratificante.

In una società che valorizza maggiormente la prestazione e il guadagno occorre trovare qualcosa di adatto a se stessi e concedersi spazi e tempi per essere anche donna e non solo lavoratrice. Avere una buona autostima aiuta sicuramente a conciliare vita e lavoro, essere consapevoli delle scelte che si stanno per compiere facendo anche un bilancio della propria vita per capire meglio quali sono le risorse da utilizzare e le potenzialità da mettere in atto.

Ci sono donne che non riescono ad intraprendere la loro carriera lavorativa perché si sentono frenate psicologicamente. Un’analisi di ciò che impedisce il proprio agire potrebbe essere un valido aiuto all’inizio di una professione. Fissare obiettivi da raggiungere, affrontare i problemi per gradi, capire bene a cosa si sta rinunciando, saper prendere le distanze e non lasciarsi coinvolgere troppo, sapere quanto si vale sono tutti aspetti che contribuiscono a trovare una serena conciliazione tra vita da donna-moglie-mamma e vita da lavoratrice.

Articolo tratto da www.psicologo360.it

ott 10, 2012 - Pillole di Psicologia    No Comments

La corsa dal punto di vista di un atleta psicologo

Perché uno corre?

Si inizia a correre per esempio perché invogliati da un amico, o su indicazione di un medico, o per partecipare a una corsa non competitiva.

Che succede dopo aver provato a correre?

In genere non si torna subito a correre perché la fatica ha lasciato il segno, ma, per pochi diventa un’occasione per fare qualcosa insieme, per stare con altri, per frequentare un gruppo, per stare all’aria, per tenersi in forma. Ci si incontra, si ha uno spazio e un tempo riservato, ci si interessa ai mondi altrui che piano piano si schiudono all’altro, si organizzano cene, viaggi.

Cosa può succedere dopo un periodo di allenamento?

Capita che uno riesce nella corsa a non stancarsi subito, a stare al passo con altri che corrono da più tempo, che si viene invogliati ad allenarsi meglio e a partecipare a competizioni.

Cosa succede partecipando a competizioni sportive?

Può succedere che non si regge lo stress o che, al contrario, si arrivi al traguardo prima di altri, e si viene riconosciuti come persone in gamba che riescono.
Cosa si va incontro riuscendo nelle competizioni sportive?

Si sperimenta qualcosa di nuovo, si viene riconosciuti alle gare come persona da battere, si inizia a pensare a diventare sempre più forti, quindi si chiede ai più bravi come fare per migliorare le prestazioni, si chiedono programmi di allenamento, ci si mette d’accordo con i più forti per allenarsi assieme, la corsa diventa una cosa importante della propria vita, uno spazio e tempo da investire, qualcosa di prioritario nella giornata, quindi ci si sveglia pensando a quando ci si può allenare, come con chi e a quale gara partecipare per verificare il proprio potenziale.

 

In linea di massima succede che l’atleta arriva a considerare la corsa o lo sport un attività prioritaria, perde quasi il controllo, dal passatempo facoltativo, salutare, che ti permette di scaricare le tensioni e stress lavorativi, si ritrova a considerare la corsa non un hobby ma argomento principale che da senso alla vita, quando l’atleta va a dormire deve già aver organizzato l’allenamento del giorno successivo, per esempio al mattino così si toglie il pensiero per la giornata e sta tranquillo il resto del giorno, o la sera, così è propenso ad affrontare le difficoltà della giornata, tanto sa che la sera la corsa gli permetterà di smaltirle, di voltare pagina.

Cosa può succedere nella propria famiglia?

Capita che ci si allontana, perché per gareggiare a buoni livelli bisogna allenarsi giornalmente e quindi il punto di vista dell’atleta è che i familiari devono capire che uno ha questa esigenza, mentre il punto di vista dei familiari è: “preferisce la corsa a me/noi”.

Se la corsa allontani o meno dalla famiglia non deve essere considerato per forza un problema, può essere che in famiglia si sta male e quindi provi ad allontanarti se credi di avere un’alternativa migliore, puoi permetterti di riflettere sulla tua esistenza attuale, l’atleta, considerando le due alternative, può decidere sulla sua esistenza: “che faccio continuo a stare in famiglia perché devo, perché hanno bisogno di me, perché non ho il coraggio o la forza di affrontare le difficoltà?”.

Allontanarsi dalla famiglia può essere un modo di mettere in discussione le relazioni parentali, in modo che ogni componente possa prendere consapevolezza della sua situazione e poter reagire a una situazione scomoda, stagnante.
Allontanarsi dalla famiglia può essere anche un modo di rispettare se stesso e gli atri, nel senso che si può avere un’esigenza di fare delle cose assieme alla propria famiglia ed altre cose con altri, senza che ciò venga considerato un trascurare l’altro, importante è sempre considerare l’altro e parlarne.

Si fa quel che si può, bisogna fare quello che uno si sente di fare, l’importante è che uno sta in contatto con se stesso è consapevole di quello che fa e si assume le responsabilità di quello fa.

Cosa succede quando avviene un infortunio?

Per l’atleta può essere un problema serio perché potrebbe essere necessario riposare e questo potrebbe causare una perdita dello stato di forma raggiunto, una non possibilità di migliorare le prestazioni, quindi si potrebbe diventare nervosi perché gli altri vanno più forti; all’atleta che non può allenarsi gli verrebbe a mancare un’abitudine considerata quasi vitale, salutare, gli verrebbero a mancare gli amici di allenamento. Quindi, l’atleta potrebbe essere disposti ad allenarsi anche con l’infortunio, con il dolore,  perché all’atleta non va giù di fermarsi, deve riempire lo spazio della giornata dedicato alla corsa, non può rischiare di perdere la forma. Al limite, si fa ricorso ad antinfiammatori, al ghiaccio, si chiede ad altri se gli è capitata la stessa cosa, una cosa è certa l’atleta non è disposto a fermarsi per nessun motivo, se si rivolge ad un medico specialista generico gli viene detto di fermarsi, ma lui non lo fa, non è d’accordo, se si rivolge ad uno specialista dello sport gli viene detto: “non ti dico di fermarti, perché conosco voi sportivi, ma ti invito ad usare una scarpa più protettiva, ad usare plantari, a fare nel frattempo delle indagini”.
Se all’atleta non gli viene concessa l’idoneità all’attività agonistica, può capitare di dover fare carte false per partecipare a gare, l’atleta può essere presuntuoso, convinto di conoscersi bene e di poter decidere che un medico non può decidere sulla sua salute, ma deve solo rilasciare un certificato dietro pagamento di un corrispettivo, a volte l’atleta arriva a considera che la sua vita è la corsa e quindi non correre significa non vivere.

Si può correre meglio facendo attenzione a se stessi, al proprio organismo, ai segnali che ci invia, avvisi, segnali, dolori, si può pensare quando si corre se si sta evitando di fare qualcos’altro, fare qualcosa e quindi correre può essere anche un modo per non sentire.

Cosa succede quando si arriva ad un punto in cui non si migliora più?

L’atleta quando arriva al massimo delle sue prestazioni, in genere non è disposto ad arrendersi subito, decide di fare qualcos’altro per fare in modo che gli si riconosca qualcosa nonostante sia fuori forma o per l’età o per infortuni cronici, un modo è quello di passare a gare estreme, in modo che si diminuisce la qualità della prestazione e aumenta la quantità, per esempio si passa a partecipare alle ultra, così si può parlare delle sue prestazioni estreme, per esempio corse di 100 km ecc., ci sono atleti che diventano dipendenti della corsa e non vogliono smettono mai.

Per non parlare degli integratori, fino all’assunzione di sostanze dopanti. Al corridore che corre poichè correre significa vivere non importa gli effetti collaterali di sostanze dopanti, l’importante è che non si ferma e che continua a ben figurare nei confronti di se stesso e degli altri.

Cosa fare in caso di difficoltà?

Parlarne, possibilmente con chi si sta più da vicino, sia colleghi podisti, sia persone intime, sia esperti. I primi possono contribuire a dare il loro punto di vista su situazioni passate e risolte o non; i secondi servono a ricordare che anche se sono stati trascurati perchè passati in secondo piano in momenti in cui la corsa era più importante, restano pur sempre le persone di riferimento dell’atleta e la relazione potrebbe essere riscoperta e nutrita in modo da poter decidere di continuare o meno a fare sport a un certo livello considerando che non deve essere tutto nella vita ma una cosa in più, che deve servire a star meglio all’individuo e a chi gli sta intorno; l’esperto serve a fornire all’atleta una visione più ampia, mette l’atleta di fronte a delle alternative, delle possibilità, l’esperto aiuta ad intravedere delle vie da percorrere, in modo che l’atleta possa avere una maggiore consapevolezza di se stesso, di quello che lo circonda, dei suoi bisogni e possa fare le sue scelte assumendosi le sue responsabilità.
La corsa non serve solo ad arrivare davanti l’altro, battere l’altro, dimostrare di essere più forte, è anche quello, ma fa tanto bene all’atleta arrivare con l’altro mano nella mano, aiutare l’altro a riuscire, stare con l’altro, sentire, comunicare.
Questo è il mondo del podismo amatoriale visto da un corridore psicologo.

 

Articolo tratto da www.nienteansia.it

Psicologia dell’arte

L’arte è accusa, espressione, passione (GRASS).

 

Il pensiero creativo nelle arti

 

Artisti e poeti elaborano le loro opere attraverso un processo analogo a quelle necessario agli scienziati. Ai soggetti occorre un certo periodo di tempo per isolare un tema, che dà all’opera un orientamento finalistico (fase corrispondente alla preparazione e all’incubazione).

In molti casi il tema si presenta all’improvviso, accompagnato da una certa emozione (fase simile all’illuminazione). La scelta dell’esecuzione dell’opera d’arte o del linguaggio adatto all’opera scritta corrisponde alla fase della verifica.

Le differenze principali fra artista e scienziato vanno ricercate soprattutto nella diversità dei compiti scelti. Il risultato finale, per lo scienziato, è una conclusione chiaramente formulata, che comunica un’informazione verificabile da parte degli altri scienziati; per l’artista è una creazione che può essere apprezzata, ma non provata. Pochissimi individui (come Leonardo da Vinci) riescono ad eccellere in entrambi i settori.

 

Psicologia dell’arte

L’arte e l’espressione estetica sono state frequentemente analizzate dalla psicologia scientifica, che si è proposta di analizzare i fenomeni e le produzioni artistiche: i meccanismi percettivi (soprattutto visivi) e motori; i processi cognitivi (immaginazione e fantasia, creatività, linguaggio, memoria, soluzione dei problemi; interpretazione dell’opera da parte del fruitore); la personalità artistica; le diverse fasi della produzione artistica; la psicopatologia dell’arte, con particolare riferimento alle arti figurative, utilizzando tecniche sperimentali e metodi clinici ed effettuando studi comparativi.

 

Psicofisica dell’arte

Tra i primi studiosi ricordiamo Fechner, il quale distinse l’estetica dall’alto (propria dei filosofi) dall’estetica dal basso, che esamina le componenti del piacevole. Egli ricorse a tre metodi psicofisici:

- il metodo della scelta, che consisteva nel chiedere al soggetto dell’indagine di indicare l’oggetto che riteneva più gradevole fra quelli proposti;

- il metodo della riproduzione, con cui chiedeva al soggetto di modificare l’oggetto proposto, in modo che diventasse più piacevole;

- il metodo dell’applicazione, con cui occorreva esaminare una serie di oggetti scelti da un ipotetico committente e risalire da essi alla sua personalità, ai suoi gusti e alle sue preferenze.

Numerose ricerche sono state condotte da altri psicologi sulle preferenze per le linee, per le forme geometriche (sono preferite le forme simmetriche; per i colori (il rosso e il blu).

Secondo Eysenck la misura del piacere estetico deriva dal loro ordine e dalla loro complessità.

Secondo Barthes il discorso artistico attua una traduzione dal campo della natura, dal quotidiano e dal reale per proiettarsi nell’ambito della cultura. L’arte diviene come una cerniera tra natura e cultura, in uno spazio aculturale, che supera entrambe e produce un nuovo senso.

 

La psicologia della Gestalt

 

La psicologia della Gestalt ha analizzato i problemi percettivi ed ha definito il campo fenomenico non come un ammasso caotico di stimoli disordinati, ma come insiemi ordinati e dotati di significato, che tendono all’equilibrio. Strutture squilibrate tendono ad essere sostituite da strutture più stabili: la percezione tende verso una sempre maggior armonia e stabilità (legge della buona forma). Le “buone forme” sono quelle più soddisfacenti nella produzione artistica: “la percezione è artistica” (Koffka).

Arnheim ha effettuato numerosi studi sulla psicologia della visione e sulle espressioni artistiche, considerate delle forme (gestalten). Secondo Arnheim la produzione artistica nasce dall’intuizione, diversa dalla cognizione, che plasma tutte le informazioni ricevute dall’esterno, le conoscenze precedenti, trasformandole in un atto creativo dotato di significato. Le forme artistiche non si riducono a quelle semplici, regolari e simmetriche, ma possono esprimersi anche attraverso lo squilibrio. Sia l’equilibrio che lo squilibrio sono necessari in campo artistico.

Egli ha analizzato l’opera Guernica di Picasso e sostiene che l’arte si fonda sulla capacità di esprimere, attraverso immagini, sentimenti, idee, situazioni, concettualmente indefinite e generali.

 

Il contributo della psicoanalisi

 

La psicoanalisi considera l’espressione artistica come un fenomeno proiettivo e interpreta il materiale allo stesso modo in cui indaga sui sogni o sui miti, ricorrendo alla libera associazione. L’arte è una fonte di soddisfazione sostitutiva, che risponde tanto al principio del piacere quanto a quello della realtà: i contenuti rimossi (pensieri, desideri e sentimenti) emergono e trovano, inconsapevolmente, una temporanea soddisfazione.

Come il sogno, l’arte rappresenta una soddisfazione del desiderio, una soddisfazione simbolica, sostitutiva, per sottrarsi alla sofferenza operando un compromesso tra desiderio e realtà. Essa ci offre la libertà interiore per godere, da adulti, senza inibizioni personali o sociali, le pulsioni istintive originarie che ci sono state negate nell’infanzia e di esprimere tutte le infinite potenzialità inconsce che non riusciamo a realizzare nella vita quotidiana.

L’arte rappresenta una sfida alla realtà corrente, richiama una logica di soddisfazione contrapposta a una logica di repressione. Secondo Freud “l’arte costituisce un regno intermedio tra la realtà che frustra i desideri e il mondo della fantasia che li appaga, un dominio in cui sono rimaste per così dire vive le aspirazioni all’onnipotenza dell’umanità primitiva… L’artista è, originariamente un uomo che si distoglie dalla realtà giacché non può adattarsi a quella rinuncia dell’appagamento delle pulsioni che la realtà inizialmente esige, e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita di fantasia.  Egli trova però la via per ritornare dal mondo della fantasia nella realtà in quanto, grazie a particolari attitudini, traduce le sue fantasie in una nuova specie di cose vere, che vengono accettate dagli uomini come preziose raffigurazioni della realtà. Così, in certo modo, egli diventa veramente l’eroe, il re, il creatore, il prediletto, ciò che egli bramava di divenire e questo senza percorrere la faticosa e tortuosa via della trasformazione effettiva del mondo esterno. L’arte per Freud costituisce una soddisfazione simbolica del desiderio, che costituisce un ponte tra la vita reale, che frustra i desideri e il mondo fantastico dell’illusione, che li appaga.

Secondo Mannoni l’arte rende possibile il ritorno di ciò che è stato rimosso sotto forma negata. Affinché si possa parlare di manifestazione artistica, occorre attribuire l’espressione artistica al mondo dell’immaginario, ossia considerarla una finzione e negare la realtà.

Gombrich, distanziandosi dalla concezione psicoanalitica che tende a ridurre la forma artistica a semplice involucro dei contenuti inconsci, privilegia la forma sul contenuto, sostenendo che solo i contenuti inconsci che trovano adeguata espressione in strutture formali diventano comunicabili.

La produzione artistica non è un’interrogazione sul mondo, ma ci presenta il mondo. Secondo Winnicott l’arte e la creatività dell’uomo si situano in uno spazio transizionale, nella zona di transizione, di passaggio tra mondo esterno e mondo interno e costituiscono uno strumento che interviene su questo spazio materializzato. Il prodotto artistico favorisce il processo di autonomia nel soggetto, il quale riconosce la sua opera come una realtà oggettiva da rielaborare. La rappresentazione grafica permette di stabilire una mediazione fra mondo esterno e mondo interno e consente l’espressione del simbolico che non

può essere comunicata ricorrendo esclusivamente al linguaggio.

 

L’interpretazione

 

La produzione artistica è un oggetto di studio complesso, che presenta più angolature e può essere considerato da diverse prospettive; inoltre deve essere collocata storicamente, valutata in relazione al particolare contesto sociale, situata nella cultura che lo ha prodotto; infine deve essere considerata dal punto di vista storico, stilistico, formale, tecnico ed estetico. L’interpretazione psicologica è una chiave di lettura che deve essere integrata con altre possibili interpretazioni, per metterne in luce tutte le variabili.

Secondo Ricoeur il linguaggio è equivoco, ossia possiede un duplice senso.

Secondo R. Jacobson Come ogni sistema di segni, l’arte…appartiene alla sfera pubblica… Il segno artistico si offre, è qui per qualcuno, … diviene un messaggio. In quanto tale suscita una lettura, un’interpretazione.

Secondo Althusser l’interpretazione trasforma il testo offrendogli un senso nuovo, cogliendo il non-detto del testo, ciò che è rimasto celato, per trasformarlo in detto, così come l’inconscio appare attraverso la lettura del conscio.

Secondo Charles Morris l’arte è un linguaggio e l’opera d’arte è un complesso di segni, che designano dei valori. L’artista si serve di un medium a cui attribuisce il valore di un’esperienza significante; l’interprete è colui che percepisce tale valore.

 

Arte e psicopatologia

 

Lavoriamo nel buio, facciamo quello che possiamo, diamo quello che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione, e la nostra passione il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte (H. JAMES).

 

Alcuni studiosi hanno evidenziato il rapporto esistente fra l’arte, la creatività e la psicopatologia. Alcuni artisti tendono a prediligere contenuti autobiografici trasformandoli in prodotti creativi, generalizzano le proprie esperienze trasformandole in un messaggio per un pubblico più vasto: i temi che formano il contenuto dei prodotti artistici hanno carattere largamente autobiografico e possono riflettere i loro conflitti irrisolti. Molte persone creative rivelano caratteristiche immature: notevole immaturità affettiva, dipendenza dagli altri; sfida delle convenzioni; sentimento di onnipotenza; ingenuità, disordini del pensiero.

Tra gli artisti che presentavano uno squilibrio psichico ricordiamo Antonio Ligabue e Vincent Van Gogh.

Merleau-Ponty, interpretando le opere di Cézanne, ricerca la relazione tra vita e creazione artistica: la malattia mentale di Cézanne non è un destino, ma una possibilità dell’esistenza umana.

Secondo alcuni studiosi in molti artisti è presente una personalità borderline, intermedia fra la personalità nevrotica e quella psicotica.

Secondo Jung l’opera d’arte è l’indicazione di nuovi modi di adattamento dell’Io (come il sogno). Essa però non deriva più dall’inconscio, ma richiede un’azione intenzionale della coscienza. Pur nel suo carattere visionario, l’opera artistica deve essere decifrata nella sua organicità e nel suo carattere simbolico, non per risalire, in modo riduzionistico, alla psiche dell’autore o ai suoi eventuali disturbi.

Il processo creativo artistico per Jung avviene in due modi:

·         nella forma psicologica il contenuto del prodotto creativo è attinto nella zona cosciente (esperienza, rapporto con l’amore, la famiglia, l’ambiente, la società ). Questa forma creativa non trascende i limiti dell’intellegibilità psicologica ed è sottoposta a un fine diretto, cosciente e intenzionale.

·         Nella forma visionaria il contenuto non nasce dal vissuto precedente, ma riproduce esperienze arcaiche dell’inconscio collettivo (archetipi ed esperienze demoniache e grottesche). La persona che crea è in balia del contenuto che affiora e si trova in una situazione passiva: “il contenuto e la forma escono già fusi nell’opera”. La grande opera d’arte non si riduce al risultato dell’esperienza o di normali processi razionali, ma anche di processi arcaici.

 

PER SAPERNE DI PIÙ

 

 

R. ARNHEIM – Arte e percezione visiva, Feltrinelli Milano 1971.

R. ARNHEIM – Verso una psicologia dell’arte, Einaudi Torino 1969.

J.CHASSEGUET-SMIRGEL – Per una psicoanalisi dell’arte e della creatività, Cortina Milano 1989.

Fairbairn W.R.D., Studi psicoanalitici sulla personalità, Boringhieri, Torino, 1970.

R. FRANCES – Psicologia dell’estetica, P. U. F. 1971.

Freud S., Introduzione alla psicoanalisi, Boringhieri, Torino, 1995.

Freud S., Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, Newton Roma 1993.

Freud S., Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Newton Roma 1977.

FROMM E., Il linguaggio dimenticato, Bompiani Milano 1995.

E. H. GOMBRICH – Freud e la psicologia dell’arte, Einaudi Torino 1967.

Koffka K., Principi di psicologia della forma, Boringhieri, Torino, 1970.

E. KRIS – Ricerche psicoanalitiche sull’arte, Einaudi Torino 1967.

 

Articolo tratto da www.culturaesvago.com

 

Essere padre, essere figlio

La cosa più difficile, forse, nel fare bene il mestiere di padre, sta proprio nell’ accogliere, fare spazio, alla figura paterna dentro di sé e nella propria vita. E quindi, innanzitutto, nell’ accettarsi come figli, tranquillamente grati di ciò che dai nostri padri abbiamo ricevuto. Pronti a perdonare ciò che non hanno saputo o potuto darci.

(C. Risè, 2009, Il mestiere di Padre)

La certezza di divenire genitori spinge inevitabilmente la coppia verso il futuro, ma allo stesso tempo, la riporta nei ricordi legati al passato. Per quanto riguarda l’uomo, in particolare, questo continuo avanzare e indietreggiare attraverso il tempo ha un suo risultato psicologico molto importante: rivisitare la propria infanzia, comprendere il proprio sviluppo e portare a termine cose lasciate in sospeso con la propria famiglia: un percorso necessario per preparare il padre verso il suo nuovo ruolo.

C’è infatti il passaggio dalla condizione di figlio a quella di padre, che comporta l’affrontarsi/scontrarsi con i propri genitori sullo stesso campo, quello della genitorialità. L’interpretazione psicodinamica della paternità vede il neo-padre nuovamente in una posizione triangolare, come era nel rapporto con i propri genitori, posizione nella quale gli altri due poli, questa volta, sono occupati dalla moglie e dal bambino.

Il padre, attraverso l’arrivo del figlio, ri-sperimenta la propria nascita e infanzia, normali regressioni che deve operare in vista di una reale “comprensione” del figlio e dei suoi bisogni.

Nell’uomo si verifica un doppio processo di identificazione: da una parte egli si identifica con il bambino, rivivendo in lui le proprie esperienze dell’infanzia, dall’altro, diventando padre del bambino, prende il posto di suo padre, diventare padre significa anche diventare il proprio padre, occuparne il ruolo.

Inoltre, avere la possibilità di crescere un figlio offre l’occasione di fare meglio del proprio padre, una testimonianza come quella di seguito può risultare molto significativa per comprendere quanto detto e in generale la paternità di oggi: “Se devo valutare l’atteggiamento di mio padre nei miei riguardi nella primissima età, direi che è pari a zero, anche perché la divisione tra ruoli maschili e femminili era totale. Mio padre è un grande assente io sto cercando di essere un grande presente.Ricordo delle sue prese di posizioni assurde, io oggi sono uno che cerca di ragionare fin troppo. Mi accorgo che sto cercando di creare un tipo di rapporto che è quasi all’opposto di quello che ho avuto io. Io sono lo controfigura di mia madre che invece c’era e c’è anche oggi. Mia madre mi ha insegnato un patrimonio mio padre era un fallito. Fare figli è stata come un’opportunità ricercata per pareggiare un conto con la vita, significava mettere in campo un modo nuovo di essere padre diverso da quello che abbiamo ricevuto” (Roberto, 55 anni, www.lastoriasiamonoi.rai.it).

Il confronto con questo tipo di padri, come nel caso di Roberto, più vicini al patriarcato ha avuto un peso molto forte nella vita di queste persone e nel loro modo di ripensare in qualche modo la paternità. “Qui c’è un’apparente discontinuità, ovvero la presa di distanza dai padri, ma anche una continuità perché mi sembra che riconfermi questo tentativo tipicamente maschile di autodeterminarsi senza prendere coscienza dell’importanza delle relazioni” (Deriu, 2006).

La difficoltà nelle relazioni dei padri della postmodernità con la precedente generazione di padri nasce dal repentino e importante cambiamento a cui abbiamo assistito negli ultimi trenta anni, sono molti infatti ad essere concordi sul fatto che in questi decenni si è assistita ad una rivoluzione così forte per la figura paterna come non era successo in secoli precedenti.

La difficoltà dell’uomo moderno nel suo essere padre infatti è data dall’assenza di un modello paterno valido. Questo perchè i padri delle precedenti generazioni si sono comportati, ovviamente, secondo gli schemi e le abitudini del loro tempo. Come si è visto con l’esempio, gli uomini oggi sanno che non vogliono seguire quel modello o lo sentono poco attuabile, si impegnano al contrario in rapporto padre-figlio alimentato dall’energia dell’uomo che si sente, riconosce e vuole essere padre come prima non era successo.

Il problema che nasce quindi è dovuto ad un gap di modelli a cui attingere, cioè l’idea che non c’è più un modello di padre che si trasmette di generazione in generazione, un modello che quindi i nuovi padri assumono, ereditano, “indossano” ma c’è qualcosa di diverso.

“L’impressione generale è che in gran parte la figura paterna e anche il tema di un’eventuale autorevolezza paterna non è più qualcosa che viene recepito da una struttura sociale o che viene recepito da modelli precostituiti, ma è qualcosa che si gioca, che emerge che si può costruire solo nelle relazioni” (Deriu, 2006).

Il rischio maggiore è che l’uomo possa ritenere di costruire una diade padre-figlio che si aggiunga, o addirittura si sostituisca, alla relazione madre-bambino. “Invece deve restare chiaro che l’obiettivo della partecipazione dell’uomo alla gravidanza (ma non solo della gravidanza) è quello di favorire la costruzione della triade madre-padre-bambino, poichè solo questo triangolo costituisce il modello familiare in grado di accogliere i reali bisogni del bambino e consentirgli uno sviluppo armonioso” (Giustardi, Grenci, 2000).

Da chi imparano quindi gli uomini ad essere padri oggi?

Si può affermare che i papà di oggi, in qualche modo, imparano a fare i padri in maniera molto più esplicita che in passato, confrontandosi con tre tipi di relazione: la prima, come si è visto, è una relazione che riguarda il rapporto tra generazioni di padri, cioè il rapporto del nuovo padre con il padre che ha avuto e con l’esperienza che ha avuto come figlio.

La seconda è il rapporto con l’altro sesso, sia nella dimensione della relazione con la partner sia nella dimensione del rapporto con la madre, c’è un riconoscimento dell’autorevolezza femminile, dell’importanza e della competenza relazionale nella cura e nella capacità di ascolto e di empatia che molti padri, riconoscono e che in parte cercano di far propri.

La terza è il rapporto con i propri figli, non c’è più una gerarchia rigida (la dimensione relazionale fra padre e i figlio, non è più verticale ma orizzontale), c’è un modello molto più complesso in cui anche i padri imparano qualcosa dai figli. In tutti i tre i casi, sono sfide relazionali, il farsi padre è qualcosa che emerge in fieri, emerge nelle relazioni, e di questo molti padri iniziano ad essere consapevoli (Deriu, 2006).

Il rapporto con il proprio genitore è quindi certamente soggetto ad una rilettura della grammatica delle relazioni: la fase di transizione dall’essere figlio al divenire padre potrebbe ad esempio essere motivo di timore, rappresentare una sorta di sfida o essere invece illuminante soprattutto per un uomo che ha vissuto profonde divergenze fra sé stesso e il proprio padre.

Ci sono molti neo papà che vanno incontro a un rinnovato desiderio di riscoprire il proprio padre, altri invece, ancora rinchiusi in vecchi risentimenti, divengono critici nei confronti dei loro genitori soprattutto per quanto riguarda problemi legati alla lontananza, alla scarsa sensibilità e all’apparente mancanza di affetto.

Ad affiorare non solo sentimenti negativi, ma giungono in superficie anche ricordi di momenti piacevoli che al termine della gravidanza assieme ad una ristrutturazione generale dell’ identità e delle relazioni, portano spesso il figlio ad un nuovo tipo di rapporto e contatto con il proprio genitore, diventando più disponibile a perdonarne gli errori (Deriu, 2005).

 

Articolo tratto da www.mentesociale.it

Le distorsioni cognitive

 

Due grandi psicologi, A Ellis e A. Beck hanno compreso che il modo in cui interpretiamo gli eventi e noi stessi, insomma i nostri pensieri,  influenzano le nostre emozioni; né un esempio molto comune il fatto che – di fronte ad una stessa situazione esterna – persone diverse reagiscono in modi diversi. Ciò accade poiché partono da interpretazioni e considerazioni differenti.

In particolare, questi autori hanno evidenziato come frequentemente i nostri pensieri siano caratterizzati distorsioni ed errori  logici.

Le distorsioni cognitive, ossia le modalità di ragionamento che non seguono una logica corretta e basata sulla realtà, sono molto frequenti nel nosto modo di ragionare, e spesso sono anche la causa di malessere e disagio psicologico, poiché ci portano ad agire in maniera disadattiva e disfunzionale.

Di seguito sono indicate le distorsioni cognitive identificate dagli autori:

L’inferenza (deduzione) arbitraria: trarre conclusioni arbitrarie in mancanza di evidenze sufficienti e certe. Ad esempio, una persona vede un vecchio amico attraversare la strada e pensa: “Non avrà voluto vedermi”, quando magari l’altro semplicemente non ha visto l’amico.
L’astrazione selettiva: concentrare l’attenzione su aspetti particolari della situazione in esame, tralasciandone altri. Ad esempio, uno studente ha notato che uno o due coetanei sembravano annoiati durante una sua esposizione in classe, e ha concluso “tutti erano annoiati”.
L’eccessiva generalizzazione: adattare conclusioni derivate da eventi isolati, generalizzandone il senso a svariate situazioni. Ad esempio un ragazzo si è trovato in una situazione di disaccordo con i suoi genitori e ha pensato: “Io non posso avere rapporti durevoli con nessuno”. E’ un processo logico alla base della creazione del pregiudizio.
L’esagerazione e la minimizzazione: esaltare o ridurre l’importanza di eventi e situazioni o delle proprie capacità.  Ad esempio ad uno studente viene sottoposto un questionario ed egli ne sottolinea le difficoltà: “A queste domande non è possibile rispondere” oppure può contemporaneamente minimizzare le proprie abilità pensando ” non riuscirò mai a rispondere in tempo-correttamente”. Processo comune nei pazienti affetti da sintomi ansiosi o ansia generalizzata.

La personalizzazione: descrive la tendenza a correlare eventi esterni a se stessi, quando non vi sono ragioni per operare una tale connessione.
Il pensiero dicotomico: collocare le esperienze in una o due categorie opposte. Il pensiero dicotomico può essere riferito a come noi vorremmo essere (o sono perfettamente magra come penso di dover essere o faccio schifo), a qualcosa che noi facciamo (O prendo 30 all’esame oppure tanto vale rifiutare il voto) alle persone che ci sono care (Mio marito o mi ama completamente oppure non ha senso stare insieme) o infine possono anche essere riferite al mondo che ci circonda (O una cosa è giusta o non lo è). Il pensiero dicotomico divide il mondo in due, semplificandone la complessità e eliminando le sfumature. Questo porta a modalità di pensiero molto rigide.
Lettura del pensiero: essere convinti che le persone abbiano determinati pensieri o provino determinate emozioni, in assenza di prove concrete.
Doverizzazioni: consistono nel dire a se stessi che si dovrebbe fare (o si dovrebbe avere fatto) qualcosa, quando è più esatto dire che si preferirebbe fare o si avrebbe preferito avere fatto quel qualcosa. Colleghe strette del pensiero dicotomico, le doverizzazioni si manifestano con affermazioni e pensieri del tipo: “Devo essere il più bravo a scuola.” “Devo essere una mamma perfetta.” “Non mi è consentito sbagliare, devo fare tutto in modo perfetto”
Pensiero catastrofico: pensare di sapere che cosa preserva il futuro, ignorando altre possibilità. Capita di pensare che è inutile provare a fare quella cosa, che tanto tutto andrà male e non ci sarà modo di uscirne. A volte la situazione è davvero grave. Altre volte non lo è. In ogni caso pensieri di questo tipo non aiutano ad affrontarla in modo ottimale.
Ragionamento emozionale: credere che qualcosa debba essere vero perché viene percepito come tale. A volte le emozioni ci guidano, senza che ce ne rendiamo conto e ci comportiamo di conseguenza e ad esempio il fatto di provare ansia viene visto come prova del fatto che c’è effettivamente bisogno di preoccuparsi.      

                                          

Articolo tratto da www.nienteansia.it